«Alla sbarra c’è il clan non la comunità reggiana»

di Enrico Lorenzo Tidona wREGGIO EMILIA «Abbiamo pagato le spese per permettere la celebrazione di questo processo a Reggio Emilia ed evitare che qualche cretino dicesse che in questa regione non si vuole fare piena luce sulle infiltrazioni criminali». Parte col botto la giornata inaugurale del dibattimento di Aemilia segnata dalla passerella anche di politici, amministratori locali e sindacalisti, molti dei quali parte civile al processo. A dare fuoco alle polveri è stato il presidente della Regione, Stefano Bonaccini, che rivendica lo sforzo economico profuso dall'ente regionale - quasi mezzo milione di euro - per coprire il costo dell'aula speciale a Reggio. Anche l'idea che si possa trattare di un processo al territorio emiliano e non solo al clan non piace per nulla a Bonaccini. «Non credo che l'Emilia-Romagna sia terra di mafia altrimenti metà di noi sarebbe colluso con questa gente - dice senza mezzi termini prima di entrare in aula - Credo però che la mafia sia presente da anni nel nord ricco del paese. Serve l'impegno di tutti, al di là dei colori politici, per sconfiggerla». Dentro all'aula ci sono gli imputati, come Pasquale Brescia, l'estensore della lettera al sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi, per il quale era scattata una sorveglianza a distanza. «Non mi sento coinvolto emotivamente perché sono qui in modo lucido e razionale per rappresentare una città di 170mila persone che ha una sua dignità e una sua moralità - ha scandito Vecchi dopo aver tributato il suo plauso al termine in tempi record dei lavori per l'aula - Ci siamo costituiti parte civile in rappresentanza della storia di Reggio e per come Reggio Emilia è stata colpita da questa vicenda». Il sindaco non nega certo che quello di ieri è stato «un passaggio storico, inedito e complicato». Il più grande processo per mafia in Regione viene celebrato in una città di provincia, considerata epicentro dell'azione 'ndranghetista in Emilia. «Ci vuole però un giusto equilibrio - dice Vecchi - da una parte seguiremo il processo ma dall'altro bisogna essere consapevoli che c'è una città che va avanti». I distinguo si sprecano nell'andirivieni degli amministratori incalzati dai microfoni del circo mediatico schierato oltre le transenne che dividono l'aula bunker dal parcheggio esterno affollato di mezzi delle forze dell'ordine. «Questo non è un processo ad una comunità nella sua interezza, ma ad un gruppo di persone, ad un sistema che ha prodotto eversione mafiosa» è l'aggiunta del presidente della provincia di Reggio, Giammaria Manghi: «La comunità reggiana è quella che si è ritrovata lunedì in piazza insieme a tantissimi giovani con Libera». Tra le parti civili c'è la Cgil con il suo segretario Guido Mora: «Siamo qui perché il sindacato è alternativo alla criminalità organizzata, qui e altrove. Vogliamo essere un baluardo alle infiltrazioni, sul tema del lavoro poi si deve fare molto di più. Certo, bisogna fare chiarezza e autocritica sulle scarse attenzioni del passato». ©RIPRODUZIONE RISERVATA