COME UN PUGILE SUONATO

Francesco Schettino, l'uomo che la sera di venerdì parla con il comandante della Guardia Costiera di Livorno Gregorio De Falco è un pugile suonato, un uomo incapace di mettere insieme un paio di pensieri e a malapena in grado di farfugliare qualche parola al telefono. La registrazione del colloquio è un documento straordinario, certamente dal punto di vista giudiziario, ma anche e soprattutto dal punto di vista umano, che fotografa lo smarrimento, l'incapacità totale di Schettino anche solo di capire cosa è veramente accaduto, la sua reazione imbambolata alle urla e alle imprecazioni del comandante De Falco che gli intima di tornare a bordo della nave per coordinare i soccorsi. Schettino è narcotizzato, balbetta, svicola pur di non tornare nella tragedia della sua nave, mentre De Falco, nel tentativo di scuoterlo gli urla contro maledizioni, minacce e bestemmie. La telefonata è un documento terribile perché nella voce di Schettino si colgono i toni di una strana normalità. Non è un uomo nel panico, quello, non è nemmeno distrutto dalla disperazione per la sciagura che gli è caduta sul capo, non piange, non urla, non si agita, fa presente a un attonito De Falco che è buio e non si vede niente. Non è bello dirlo, perché nessuno può veramente sapere cosa passa nella testa di un uomo che ha distrutto molte vite per un gioco irresponsabile. Ma nella tragedia della Costa Concordia c'è qualcosa di profondamente innaturale, ed è quella sorta di normalità che il comandante Schettino esibisce perfino davanti ai fotografi che lo hanno ritratto il mattino successivo al naufragio mentre cammina per le strade del Giglio con un sacchetto di plastica rossa in una mano, e l'altra in tasca. Qualcosa di sinistro, di inquietante, di banale. La banalità di un giorno come un altro nella mente di un uomo che non si è ancora svegliato. (luigi irdi) ©RIPRODUZIONE RISERVATA