Il Panzarolo si è salvato nei Fontanili

Il Panzarolo (foto) è un piccolo Ghiozzo di dimensioni assai limitate: 4 o 5 centimetri di lunghezza. E' endemico dell'Italia settentrionale – Friuli, Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna – ma la sua sopravvivenza è considerata fortemente a rischio e il numero di esemplari sempre più ridotto. Questo perché ha bisogno di acque molto pulite, come quelle delle risorgive. Un habitat speciale che nella nostra provincia possiamo ancora vantarci di avere è nella riserva naturale orientata Fontanili di Corte Valle Re, a Campegine. Qui troviamo il Panzarolo. Ma qualche anno fa si è temuto per la sua sorte. Nel 2002, a causa di una forte ondata di caldo e siccità, i fontanili sono stati in secca per circa 8 mesi. Una condizione così estrema – questa specie vive in acque a temperature di circa 15 gradi, in quel periodo erano arrivate a 30 – che ha fatto ritenere agli studiosi che il Panzarolo "reggiano" fosse spacciato. Nel 2003, durante alcuni rilievi, di lui non si è trovata alcuna traccia. Poi, però, dall'anno dopo la sorpresa: ne è ricomparso uno. E dal 2005 il Panzarolo è tornato ad abitare i fontanili di Valle Re. Come ha fatto questo pesce così delicato a sopravvivere? Armando Piccinini e i colleghi ancora non hanno trovato una spiegazione certa: L'unica ipotesi è che sia riuscito a farcela in alcune condutture romane sotterranee, che in zona potrebbero esserci, dove forse era rimasta ancora dell'acqua. GUASTALLA Non c'è bisogno di arrivare fino al mare per scoprire che nel silenzio ovattato dei corsi d'acqua, dove i raggi del sole arrivano soffusamente, esiste una realtà dinamica e vivace tanto quanto quella di superficie. Basta guardare al Grande Fiume, che lambisce il confine settentrionale della nostra provincia, ai suoi affluenti, l'Enza e il Secchia, e alla miriade di piccoli e grandi torrenti, canali, bacini che disegnano il nostro territorio: sotto allo specchio dell'acqua esiste un mondo parallelo, con tanto da raccontare. Se ci fermassimo ad ascoltare, scopriremmo quante cose sono cambiate negli ultimi trenta-quaranta anni. Ci accorgeremmo che anche là sotto la mano dell'uomo ha portato cambiamenti e trasformazioni. Per la maggior parte irreversibili: come la scomparsa di alcune specie autoctone di pesci. Oggi, nella nostra regione, le specie autoctone sono 53. Mentre quelle alloctone, compresi due gamberi, sono 44. Praticamente siamo quasi alla parità spiega Armando Piccinini, biologo e ittiologo, che lavora per l'Università di Parma. Secondo i criteri dell'Unione internazionale per la Conservazione della Natura, sono due le specie estinte nel bacino padano: lo storione comune e lo storione ladano. Tre sono gravemente minacciate, 7 minacciate, 14 considerate vulnerabili e 13 ritenute quasi a rischio. Lo storione ladano, da cui si otteneva il caviale più ricercato, fino agli anni Sessanta lo potevamo trovare ancora in Po: arrivava fino a 500 chili per tre metri e mezzo di lunghezza. Una pesca eccessiva e la modifica dell'habitat hanno determinato la sua scomparsa. Alla fine degli anni Sessanta sul Po, a Isola Serafini, in provincia di Piacenza, venne costruita una diga senza il passaggio per i pesci. Le zone di riproduzione idonee erano a monte di questa e, da quel momento in poi, non sono stati più in grado di raggiungerle. In pianura. E' solo uno dei tanti esempi di quello che è accaduto nei nostri corsi d'acqua di pianura. Qui – evidenzia il biologo – le specie alloctone sono il 90%. Troviamo la Breme, il Siluro, il Carassio, la Pseudorasbora: pesci di origine danubiana, del centro-nord Europa. Tra gli autoctoni, dalla fine degli anni Novanta è scomparsa la Tinca, la Scardola; il Triotto ha subìto una grossa riduzione e per l'Anguilla manca poco. Le cause sono diverse: un costante peggioramento della qualità dell'acqua, la scomparsa della vegetazione acquatica, dove depositavano le uova, a causa dell'intorbidimento dell'acqua. Ma non bisogna sottovalutare la competizione tra specie, che inizia non appena escono dall'uovo: i pesci alloctoni sono più grandi e si nutrono più rapidamente, sottraendo alimento agli altri. Anguilla. Drammatica la situazione per l'Anguilla. Bisogna ricordare che questa specie nasce nel mar dei Sargassi, davanti alla Florida, e compie un viaggio lunghissimo attraversando l'oceano Atlantico per raggiungere il Mediterraneo, poi il Tirreno, l'Adriatico e risalire i corsi d'acqua. Rispetto a quelle che giungevano negli anni Sessanta, oggi ne arriva appena un 5% – racconta Piccinini – Per questo, la Comunità europea, nel 2007, ha emesso una direttiva che impegna tutti gli Stati a proteggerla. L'Italia si sta muovendo ora, facendo studi, ripopolamenti, limitando la pressione della pesca. Ma non c'è consapevolezza del problema. Il barbo. Forse pochi sanno anche che il Barbo Comune, tipicamente reggiano, nei corsi d'acqua di pianura, è stato soppiantato dal Barbo Europeo, che vive nel bacino del Danubio. E' stato introdotto per le sue dimensioni maggiori rispetto al cugino autoctono: sei chili di peso contro due. Più facile – e il tema è di grande attualità – trovare in Po pesci alloctoni come il Siluro: in alcuni casi, il 90% della biomassa nel fiume è formata da siluri. Qui sono comparsi dal 1968 in poi: data la loro longevità, potenzialmente nel Grande Fiume possiamo trovare esemplari di 40 anni. E' un super predatore, che per ogni chilo di pesce depone 20mila uova. Il più grande mai pescato, in Russia, pesava 330 chili e raggiungeva i 5 metri di lunghezza. In Po sono presenti esemplari di oltre 100 chili. In collina. Le cose vanno un po' meglio appena il paesaggio si fa più dolce e meno antropizzato. Nei corsi d'acqua di collina, oltre al Barbo Comune, troviamo ancora la Lasca, che in Po è scomparsa, il Barbo Canino. Qui i problemi sono rappresentati dalle secche estive, ma anche dagli sbarramenti, dalla presenza di passaggi per i pesci non idonei che trasformano i corsi d'acqua in tanti pezzi isolati tra loro e impediscono le migrazioni per la riproduzione. Ma il danno a volte lo fanno i pescatori, quando pescano alcune specie in Po e poi le liberano a monte perché più grandi, più interessanti: è il caso del Barbo Europeo. In montagna. Il problema nei corsi d'acqua e nei laghi dell'Appennino si chiama in gergo "omicidio silenzioso". E riguarda la trota. Dopo anni di ripopolamento, succede che la popolazione originaria di trota non esiste più. Chi pesca non ne ha percezione perché, di fatto, la trota non ha mai smesso di esserci. Ma da un punto di vista genetico ed evolutivo, le trote che troviamo oggi sono diverse, provenienti da ceppi nord-europei. Sfruttando la genetica molecolare, si sta cercando di recuperare la trota originaria. Solo nell'Enza, oltre Miscoso e Succiso, sopravvive qualche esemplare. Chi va a pescare in questi luoghi deve rilasciare le trote catturate, anche se a malincuore, per tutelare queste ultime popolazioni residue. Ma da dove arrivano questi pesci "stranieri"? Dagli allevamenti – spiega Piccinini – e in parte dalla pesca sportiva che ha introdotto questi pesci perché più grossi o per le competizioni agonistiche. Con conseguenze, però, irreparabili. La legge regionale 11 del 1993 vieta la reimmissione degli alloctoni una volta pescati. Ciò può avere una sua logica, ma da un punto di vista sociale no, perché le persone magari non vogliono determinare la loro morte. Quello che è importante è istruire, formare i pescatori, renderli consapevoli. Elisa Pederzoli