Beni confiscati agli Intoccabili «Giusto così, sono pericolosi»

La corte di Appello di Bologna, nel confermare il sequestro dei beni ad Adamo Bonini, Rocco Ambrisi e collaboratori vari, ha operato correttamente. Lo ha stabilito la seconda sezione della Corte di Cassazione (presidente la dottoressa Mirella Cervadoro) nel bocciare i ricorsi e motivare la propria decisione. Bonini, viene descritto come "soggetto stabilmente dedito all'attività di usura ed alla riscossione violenta dei crediti dal 2000 al 2015; ha ricavato da tale costante attività introiti di rilevante importo; tali importi hanno costituito unitamente alla attività di evasore fiscale seriale l'ammontare prevalente del proprio reddito". Una fotografia che riconferma quanto anticipato dai giudici di secondo grado secondo cui "dalle emergenze acquisite agli atti del procedimento risultasse la stabile dedizione del Bonini all'attività usuraria ed alla riscossione violenta dei crediti a partire dal 2000; a ciò si è anche aggiunto che lo stesso ricorrente è risultato evasore fiscale seriale come anche sottolineato in relazione alle somme rinvenute all'interno di un locale pizzeria". Il riferimento del ritrovamento dei denari riporta all'operazione "Intoccabili" il cui processo si sta attualmente celebrando in tribunale a Modena e che giovedì avrebbe dovuto accogliere in aula la testimonianza di un imprenditore, considerata esplicativa da parte dell'accusa. Ma come tanti altri processi è in attesa di essere calendarizzato non essendoci esigenze cautelari. La Cassazione, rigettando varie impugnazioni in quanto considerate illegittime, ha invece trattato un passaggio sollevato dall'avvocato Luca Brezigar relativo alla timbratura fatta dai pubblici ministeri Marco Niccolini e Claudia Natalini e solo vidimata dal procuratore capo. Secondo il legale "in materie come la prevenzione patrimoniale il potere di promuovere l'iniziativa spetta soltanto all'organo di vertice gerarchico dell'ufficio di procura ed in ogni caso il visto apposto non poteva valere come proposta in proprio". La replica dei giudici va in direzione opposta poiché "nel caso in esame non soltanto la proposta risulta esattamente formulata da due sostituti procuratori della Repubblica ma veniva anche vistata dal procurare capo che così attribuiva l'iniziativa assunta anche allo stesso vertice dell'ufficio».Alla luce di tutte le valutazioni, compresa il fatto che il giudice naturale sia Modena e non Lecce per fatti relativi ad un prestanome residente a Nardò ma domiciliato da anni a Sassuolo, la Cassazione conferma quindi la maxi confisca da 4,2 milioni di euro del patrimonio mobiliare e immobiliare: si tratta di 31 fabbricati a Sassuolo, Casalgrande, Castellarano e Nardò, un'auto di lusso e vari conti bancari, titoli e quote societarie. --F.D.