Cellulari in carcere e minacce di morte

Prima le spiegazioni del pentito Pino Giglio che avevano permesso di far arrestare i modenesi Mario Temperato di 47 anni, originario del Casertano, e il 30enne napoletano Enrico Palummo, accusati di un pestaggio nel carcere della "Dozza" su ordine di Gianluigi Sarcone e Sergio Bolognino, che ieri al processo Aemilia hanno però rigettato le accuse. A sostanziare ciò che è avvenuto con l'operazione "Reticolo", conclusa dai carabinieri e che ha coinvolto anche alcune guardie carcerarie ieri è arrivata anche la deposizione del maggiore Goffredo Rossi, comandante del Ros di Bologna. Il militare ha analizzato con cura ciò che accadeva in galera con la droga e i telefoni cellulari fatti recapitare dietro le sbarre. Ne aveva parlato Giglio, svelando che con 500 euro Mario Temperato avrebbe fornito un dispositivo mobile con scheda usa e getta. E il maggiore dei carabinieri ha ricostruito il metodo di approvvigionamento. Lo fa raccontando di un intercettazione telefonica tra il 47enne napoletano, considerato il capo della sezione carceraria sul fronte dei campani e un magrebino residente a San Felice. Era quest'ultimo ad avere un giro di telefoni che commercializzava e aveva la possibilità di immetterli nel mercato clandestino della Dozza. Eppure gli affari rischiano di saltare quando qualcosa va storto. «Temperato Mario - svela il maggiore - minaccia di morte questo soggetto perché sembra che il telefono venduto fosse rubato e abbia creato una serie di problemi al soggetto a cui era stato ceduto». Non è stato possibile risalire alle varie utenze fornite, ma Rossi traccia un quadro complessivo preoccupante, svelando anche come i contatti tra i carcerati e l'esterno venivano tenuti da alcune guardie, tra cui un assistente capo. È lui a recarsi a casa di Temperato quando quest'ultimo esce dalla Dozza e si presenta alla famiglia senza timori come un agente della penitenziaria. Ed è sempre lui a contattare telefonicamente le famiglie dei detenuti per organizzare eventuali consegne: "chiamo per conto di..." è il suo modo di dire classico. Ma c'è di più: in un altro sms captato, la ex fidanzata di un'agente che aveva già denunciato l'uomo per episodi di stalking e violenze, scriveva: "porti quella divisa in un modo indegno, facendo favori a tizi, che schifo". La giornata di ieri al processo Aemilia ha visto anche l'entrata in scena di un altro pentito: Salvatore Muto che ha ricostruito la sua attività criminale, svelando rapporti e affari del clan durante una lunga udienza pomeridiana.