E a Reggio sfilano i testimoni pro Bianchini

REGGIO EMILIALa famiglia Bianchini al completo si è seduta ieri davanti al Tribunale di Reggio, per assistere all'esame di una decina dei tanti testimoni che Augusto, la moglie Bruna e i figli hanno citato al processo dove sono imputati, con altri 142.Scopo dichiarato: convincere il presidente Francesco Maria Caruso e i colleghi che l'impresa di San Felice non solo non si faceva dettare buste paga, stipendi e rapporti con i dipendenti da Michele Bolognino e sodali, ovvero dalla cosca emiliana, ma dimostrare che le operazioni di gestione dei rifiuti dalle demolizioni del sisma erano così impeccabili da escludere il pericolo di contaminazioni da amianto.Dato per scontato che è andata diversamente - ma i Bianchini hanno sempre evocato il complotto di un collega-concorrente - tra i primi a testimoniare Enzo Borsari che ha parlato dell'arrivo dei camion nel frantoio allestito dall'azienda di via dell'Industria. Borsari ha raccontato delle lastre di fibrocemento che erano arrivate in azienda, ha assicurato che le analisi sui materiali in ingresso venivano richieste e ha detto che quando fu ingaggiato il consulente Vignali - dopo la scoperta dell'amianto nei cantieri - «era tutto come facevamo prima». Paolo Panza, oggi dipendente di Agritecnica (la ditta dell'altro ramo famigliare dei Bianchini) fu uno degli operai transitati dalla Bianchini Costruzioni di Augusto alla Ios di Alessandro (il figlio di Augusto). La Ios secondo gli investigatori era stata creata per continuare a lavorare aggirando l'esclusione dalla white list della ditta madre. Panza ha assicurato che i mezzi passati dalla Bianchini alla Ios erano di proprietà della Ios, e che venissero fisicamente parcheggiati altrove (non alla Bianchini), ma «nel piazzale di Scione, un amico di Alessandro».Testimone anche Luca Galanti, tecnico incaricato dai Bianchini per la gestione dei rifiuti: «Alessandro era il mio referente, in azienda non hanno mai scaricato aziende a noi sconosciute. Facevamo analizzare i rifiuti dal laboratorio Italab di San Prospero». Analoghe le argomentazioni del consulente Damiano Paltrinieri, mentre più particolare si è rivelata la testimonianza del chimico che ha lavorato alla Italab, Gabriele Pradella: «Sì, il laboratorio non era certificato, anche se le analisi che facevo e le strumentazioni erano alla stregua dei laboratori certificati. Si trovava a San Prospero. Un bel giorno al posto del laboratorio ho trovato una lavanderia. So che la banca del leasing ha ceduto tutta la strumentazione ad un altro laboratorio di Reggio...».Per difendere la regolarità delle buste paga (si ricorderà che gli uomini forniti alla Bianchini da Bolognino venivano pagati con modalità "strane", ovvero ritiravano buste paga e rimborsi in nero nel capannone di Bolognino a Montecchio) sono intervenuti due esponenti della Lapam di Mirandola: il segretario Stefano Fabbri e l'impiegata Chiara Bellini. «Conosco bene i Bianchini - ha spiegato tra l'altro Fabbri - La Ios è stata costituita dal mio ufficio. Ricordo che all'inizio Alessandro mi chiese di tenere riservata questa informazione, di non dirlo. Era una piccola impresa individuale, e poi in quei giorni eravamo in un momento particolare,,,». (ase)