Tutti quegli anticorpi che non hanno retto agli interessi criminali

di Giovanni TizianCinque anni dalle scosse che hanno ridotto un pezzo di Emilia in macerie. Un tempo che sembra lontano e che invece è vicinissimo. Un periodo denso, in cui alcune ipotesi sono diventate certezze, alcuni fatti sono entrati a pieno titolo nell'archivio storico della nostra memoria e alcune parole hanno arricchito il lessico del territorio. Aemilia, Black Monkey, affiliati, pentiti, collusi, macerie, 41 bis, maxi processo, voto di scambio, interdittive prefettizie. Concetti a pieno titolo parte del territorio emiliano e modenese. Già, perché anche se è triste ammetterlo, il sisma di cinque anni fa ha portato con sé numerose scorie criminali. Del resto, mimetizzata tra la solidarietà, l'umanità, il senso di comunità, la cocciutaggine nell'andare avanti, tra tutte queste bellissime cose, purtroppo, si sono insinuate la mani sporche della criminalità organizzata, delle mafie e dei corrotti/delinquenti vari. Per dare un giudizio alla ricostruzione in Emilia potremmo limitarci a valutare in termini di efficienza. E allora daremmo un voto alto, rispetto allo scempio fatto in altri luoghi terremotati. Ma una comunità non può misurare tutto solo sull'efficienza. Una comunità sana deve esigere tempi giusti e metodi sani, regolari, legali. Ecco perché nei cantieri della ricostruzione non tutto è stato limpidissimo. E sono molte le cose che in tanti hanno preferito minimizzare. Soprattutto in tema di illegalità e inquinamento mafioso. Numerose indagini hanno fatto luce sulle anomalie della ricostruzione. Altrettanti documenti giudiziari e investigativi hanno mostrato, a chi era pronto a vedere, che aziende e personaggi inquietanti hanno guadagnato senza alcun problema dalla gestione della ricostruzione. Prendiamo Finale Emilia. Lasciamo per un momento da parte la questione mafia, ma prendiamo ad esempio un fatto di ordinaria furbizia imprenditoriale. Al centro dello scandalo una scuola media da 5 milioni di euro, nuova di zecca e pronta per essere inaugurata. A distanza di quattro anni esatti, però, nella ricostruzione qualcosa non ha funzionato. Chi ha realizzato l'opera, per limare sui costi, avrebbe utilizzato cemento "depotenziato". Materiale fragile. Così per inquirenti e investigatori la struttura della scuola media Frassoni non sarebbe sicura. L'inchiesta ha un nome curioso, "Cubetto", preso dal termine che indica i campioni di calcestruzzo da sottoporre ad analisi di resistenza. Di ombre, tuttavia, addensate sulla ricostruzione post sisma ce ne sono altre. L'Espresso, ormai tre anni fa, aveva documentato, l'intromissione della 'ndrangheta nella filiera dello smaltimento delle macerie. Secondo chi indagava i camion dei clan calabrese avevano trasportato un volume pari alla metà di tutte le macerie. E non dimentichiamoci, poi, dei subappalti finiti ad aziende legate alle cosche e i sospetti su una cricca di professionisti che si sarebbero arricchiti con i fondi per la ricostruzione. Per quanto riguarda le macerie, il meccanismo con cui la 'ndrangheta ha potuto lavorare è molto semplice. In piena urgenza con la catena del subappalto, le strade dei paesi terremotati sono state battute dai camion dei clan. Hanno smaltito una quantità importante di detriti, non residuale, stando a quanto scritto dagli investigatori del Gruppo interforze guidato dal poliziotto Cono Incognito. Un team, questo, costituito ad hoc per vigilare sulle opere da realizzare nella ricostruzione. Hanno lavorato sodo, e prodotto decine di misure interdittive, escludendo numerose aziende, alcune delle quali già attive nei cantieri emiliani, dalla "White list", gli elenchi della Prefettura ai quali è necessario iscriversi per poter lavorare nella ricostruzione. C'è stato poi il caso della Bianchini costruzioni. Leader nel territorio della Bassa, fino a quando la procura antimafia di Bologna e i carabinieri di Modena non hanno scoperto la sua vicinanza alla 'ndrangheta emiliana. Così prima è scattata l'interdittiva, e due anni dopo i proprietari sono finiti nella maxi indagine Aemilia (oltre 200 indagati, ora imputati) sui clan calabresi emigrati nelle province di Modena, Reggio, Parma e Piacenza.La vicenda dell'azienda Bianchini conduce esattamente alle disfunzioni della ricostruzione. Alle cose che non hanno funzionato in materia di prevenzione. La società ha continuato a lavorare anche dopo il blocco della prefettura. Con un'altra società, è stato sufficiente cambiare il nome. Per queste anomalie la prefettura di Modena aveva disposto persino l'accesso nel Comune di Finale Emilia. La commissione scrisse una relazione in cui evidenziava diverse criticità nella gestione degli appalti. Il Prefetto chiese lo scioglimento, ma il Viminale archiviò il caso. A luglio del 2012 il commissario per l'emergenza Vasco Errani, aveva stanziato 56 milioni di euro, al fine di costruire entro la fine di settembre, edifici scolastici temporanei, a seguito della rovina di quelli esistenti. Ecco comparire di nuovo la società di San Felice guidata all'epoca da Augusto Bianchini - ora imputato per concorso esterno. Sospettata peraltro di aver smaltito amianto in alcuni cantieri della ricostruzione. Nelle strade, ma anche in una scuola di Finale, Concordia e Mirandola. È emerso, inoltre, dall'indagine Aemilia che nei cantieri di Bianchini lavoravano maestranze assunte grazie all'intermediazione dei boss delle 'ndrine emiliane. Trattati come schiavi. Con il salario decurtato per pagare il "pizzo" ai padroni delinquenti. Sfruttatamento in piena regola, che ha spinto i sindacati a costituirsi parte civile nel maxi processo in corso a Reggio Emilia. Per salvare l'impresa di San Felice è intervenuto persino il senatore e membro della commissione antimafia Carlo Giovanardi, che però adesso si ritrova indagato dall'antimafia di Bologna per le interferenze sull'attività della prefettura di Modena e dei carabinieri, coloro che che avevano deciso di escludere Bianchini dagli elenchi della prefettura. In Emilia, dunque, la ricostruzione è stata inquinata. Non sveliamo nulla nel riportare una intercettazione tra due affiliati che nelle ore successive al sisma del 29 maggio ridono alla grande, e sui morti, per le opportunità di lavoro che si prospettavano. Come fu per L'Aquila, anche qui gli affaristi hanno visto nelle macerie nuove opportunità. Cinque anni trascorsi, tra scosse telluriche e giudiziarie, tra pentiti che parlano e accusano, tra centinaia di arresti e sequestri milionari. Il tempo passa, eppure la'ndrangheta, la regina del crimine organizzato moderno, fa meno paura di prima.