Così la Riso Roncaia è finita nelle mani della cosca

Rossella CanadèCASTELBELFORTE. La data spartiacque è l'8 settembre del 2015. La location è Voghera. In scena ci sono due clan di 'ndrangheta, i Grande Aracri e i Chindamo-Ferrentino, di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria. Oggetto della conversazione, un vero e proprio summit, la ditta Riso Roncaia spa, di Castelbelforte, che per risolvere un contenzioso con una ditta di Voghera ha chiesto aiuto, dietro pagamento, a Giuseppe Caruso, il presidente del consiglio comunale di Piacenza, funzionario dell'ufficio Dogane della stessa città emiliana, arrestato lunedì notte per associazione mafiosa. La United Seeed's Keepers aveva incassato 20mila euro per una fornitura di 120 quintali di riso, che arriva però marcio. Alla richiesta di risarcimento la ditta aveva fatto la voce grossa e aveva risponde picche, forte del suo legame con il clan. E i Roncaia, secondo la ricostruzione della Dda di Bologna, invece di ricorrere a un giudice, pensano di rispondere con la stessa musica. Tra i due clan viene siglata la pax mafiosa: una stretta di mano che consegna la ditta di Castelbelforte alla mercè dei Caruso e quindi dei Grande Aracri. Una vicenda esemplare, scrive il Gup Alberto Giroldi nell'ordinanza con cui sancisce l'arresto di 16 persone e ne indaga altre 76 nell'operazione Grimilde: esempio lampante di come, sempre più spesso, siano gli imprenditori a cercare i mafiosi e non più il contrario. Come accadde a Giordano Boschiroli, l'imprenditore che a Mantova cercò la protezione della cosca, attraverso Antonio Rocca e Salvatore Muto, per liberarsi dal gioco di un clan di camorra. Muscoli contro muscoli: dalla padella alla brace. I Caruso, per Claudio Roncaia e Massimo Scotti, il socio dell'azienda cugino del re del riso, sembrano specializzati in "problem solving". Con l'appoggio dei Grande Aracri innanzitutto procurano ai mantovani un certificato falso per non perdere i 7 milioni di euro di un finanziamento Agea, vicenda per la quale Roncaia e Scotti sono indagati per truffa aggravata per ottenere erogazioni pubbliche. L'imperativo categorico dei Caruso è uno: prosciugare l'azienda mantovana senza strozzarla. Spiegarlo a Salvatore Grande Aracri, nipote del boss Nicolino, tutto muscoli e irruenza, abituato a mangiare tutto e subito, non è impresa facile. Ma Caruso e il fratello Albino sanno come prenderlo. In una serie di incontri a Castelbelforte, la Roncaia viene "convinta" ad affidare il trasporto del riso a una ditta amica e a rifornire i loro ristoranti a prezzi imposti e molto convenienti, ovviamente per la cosca. La Roncaia è un bottino ghiotto: quando finisce nella centrale dei rischi, sono ancora i Caruso ad adoperarsi per far togliere la segnalazione, tirando in ballo un big di Unicredit. Il clan si occupa anche di far abbassare la cresta a un balordo che dopo aver scoperto che l'ex suocero di uno dei Roncaia aveva vinto una grossa cifra al Superenalotto, tenta un'estorsione. Un favore non elargito gratis: gli investigatori ipotizzano un pagamento di mezzo milione di euro. Nulla è gratis: regola numero uno del clan. I Caruso soffiano ai Roncaia, in difficoltà economica, 28mila euro, in cambio della promessa di poter far loro ottenere attraverso le loro conoscenze, una linea di credito di 5 milioni di euro e conti correnti al Banco popolare di Lodi, raccontano le intercettazioni. E li ingannano. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI