«La società civile si rifiuta di vedere il grave pericolo»

VIADANA. Un colpo alla 'ndrangheta messo a segno anche grazie alle denunce di persone che erano finite nel mirino del sodalizio criminale guidato da esponenti dei Grande Aracri e al contributo, accuratamente vagliato, di collaboratori di giustizia storici, come Antonio Valerio e Giuseppe Giglio, e anche nuovi. Tra questi, soprattutto Salvatore Muto, il socio del muratore di Pietole Antonio Rocca, e braccio destro del "padrino" Francesco Lamanna. Arrestato e condannato nell'inchiesta Pesci dei carabinieri di Mantova, coordinata dalla Dda di Brescia, diventato collaboratore nel 2017, ha recentemente rafforzato con dovizia di particolari l'impianto accusatorio contro Grande Aracri in una delle udienze del processo sugli omicidi di Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo nel 1992. Una delle più evidenti prove di comando di Grande Aracri, ha raccontato, fu quando decise di mettere a capo delle attività di Reggio Emilia l'affiliato Antonio Rocca, indispettendo la famiglia Sarcone, molto influente in città. «Grande Aracri decise così perché disse che le guerre al nord le aveva fatte e vinte lui». Guerre vinte e gru piantate ben salde a Reggio Emilia e a Mantova, a dispetto degli "anticorpi". Se il direttore della direzione centrale anticrimine della polizia, Francesco Messina, cita Leonardo Sciascia e la sua metafora sulla "linea della palma" che avanza sempre di più per inquadrare la penetrazione al nord delle organizzazioni criminali come la 'ndrangheta, il direttore dello Sco, Fausto Lamparelli, spiega che l'operazione è stata battezzata "Grimilde", come la strega di Biancaneve, «per indicare una società civile che rifiuta di vedere i difetti e le imperfezioni, in questo caso difetti gravissimi ». --R.C.