MA DAVVERO SIAMO TUTTI CHARLIE?

DI BRUNO MANFELLOTTO Ma non basta. Perché, qui come altrove, si piange ora sul sangue dei morti di Charlie, se ne pubblicano i disegni, se ne esalta la libertà, ma poi si fatica ad accettare la diversità in casa propria. Ce lo ricordano Tor Sapienza, poche settimane fa e alle porte di Roma, e i mille casi di intolleranza che fingiamo di non vedere: i raid contro i rom a Napoli (2008), contro i lavoratori immigrati a Rosarno (2010), contro i bengalesi a Roma (2010); l'assalto al grido di "nero di merda" all'italo-eritreo Marco Beyene (Napoli, 2009) e l'uccisione un anno prima dell'africano Abdoul Guiebre, a Milano. Per non dire di vicende certamente meno drammatiche, ma dall'alto valore simbolico, come la censura che ha via via colpito Michele Santoro, Enzo Biagi, Daniele Luttazzi, Sabina Guzzanti... Non siamo, poi, tutti Charlie perché da tempo abbiamo in qualche modo abdicato ai nostri doveri, a difendere la nostra identità. Innanzitutto sottovalutando o non comprendendo ciò che stava accadendo. Poco ci siamo sforzati di capire quando, 1989, lo scrittore anglo-indiano Salman Rushdie è stato colpito da una fatwa che ne ha fatto un forzato dalla vita blindata e il traduttore giapponese dei suoi "Versetti satanici" ucciso; abbiamo digerito l'assassinio del regista Theo van Gogh giustiziato nel 2004 - due due anni dopo il politico olandese Pim Fortuyn - per le immagini giudicate blasfeme del suo film "Submission", sottomissione, traduzione letterale della parola Islam; e ora assistiamo impotenti alla vita da fuggitiva di Ayaan Hirsi Ali, la politica e scrittrice somala rea di battersi per la difesa dei diritti umani nel suo paese. Eppure, come ha detto papa Francesco, siamo in guerra, non l'ha dichiarata l'Islam, ma lo hanno fatto Al Qaida e l'Isis appellandosi ai loro seguaci perché si infiltrino ovunque nel mondo. In particolare in un'Europa oggi stanca moralmente, debole politicamente ed economicamente, priva di forte identità culturale. Però non possiamo tirarci indietro, perché questa guerra, questo misurarsi con le verità, con gli estremismi e anche con i fanatismi del mondo islamico continuerà a segnare gli anni a venire. Dunque non limitiamoci a innalzare i cartelli "Io sono Charlie" o a bandirli dal nostro orizzonte; piuttosto cominciamo a riflettere su un fenomeno che non si concluderà negli odiosi atti di terrore di queste ore e ad agire di conseguenza. Puntando a raggiungere, in casa nostra e in Europa, quella coesione di intenti e di valori che finora abbiamo irresponsabilmente messo da parte.