Stato-mafia, il buco nero Applausi per "La trattativa"

di Roberta De RossI wVENEZIA «Ogni parola, in questo film, è stata controllata 1.660 volte: così, è documentato che Giorgio Napolitano ha fatto pressioni sulla Cassazione e su (l'allora procuratore) Grasso. È grave e incontestabile che sia intervenuto a favore di un indagato» (l'ex ministro Mancino), con «interventi a gamba tesa e violenti contro la procura di Palermo». Alla Mostra di Venezia è arrivata Sabina Guzzanti: il vestitino celeste, tanto bon ton, non tragga in inganno. Sorride, non svicola e va diretta, come l'immagine-simbolo del suo La trattativa, dove l'alloro della Repubblica italiana incornicia un uomo con coppola e lupara in spalla. «Se volete farmi un dispetto chiamatelo docu-film»: Guzzanti presenta così il suo racconto-ricostruzione degli anni scellerati delle stragi e della trattativa tra Stato e mafia, tra immagini del tempo di attentati, funerali, processi, interviste di oggi a pentiti e magistrati, recitazione teatrale. Sullo schermo il ricatto violento di Riina a colpi di omicidi, l'Italia sconvolta dalla morte di Falcone e Borsellino e dagli attentati a Firenze e Roma; il generale dei Ros Mario Mori che chiede a Vito Ciancimino di mediare e ne riceve il "papello" con le richieste impossibili di Riina e quelle più tollerabili di Provenzano: il primo (Riina) finisce arrestato e il secondo (Provenzano) resta latitante per sei anni, nonostante il colonnello della Dia Michele Riccio consegni a Mori l'indirizzo dove il boss di Cosa nostra si rifugiava, mentre il pentito che quell'indirizzo aveva fornito viene ucciso. Poi il rifugio di Riina lasciato incustodito per 18 giorni, duranti i quali viene «svuotato e persino ridipinto». E, ancora, la fine della "Prima Repubblica" e la nascita di Forza Italia, con Berlusconi e Dell'Utri che difendono il mafioso-custode di cavalli Mangano. E se Sabina Guzzanti è in La trattativa il Berlusconi che tutti conosciamo in tv, il pentito Francesco Di Carlo dice del Cavaliere che «uno di cosa nostra non può avere amico uno così....con i bunga bunga, è imbarazzante». Guzzanti non si tira indietro: «Non è un film su Berlusconi: se ha pagato davvero tutti quei soldi, era nelle mani di Cosa nostra. E la verità è che non si può smettere di collaborare con Cosa nostra». «Sono tutti fatti realmente accaduti», insiste l'autrice, attrice, regista Guzzanti, «è stato uno studio lungo, lo scopo del film è metterli tutti in fila affinché anche chi non sa niente, non legge i giornali, possa capire fatti che hanno cambiato la democrazia in Italia: sono sicura che se tutti gli italiani sapessero le vicende che hanno coinvolto chi è ancora è al comando, capirebbero da dove viene quest'Italia che è cambiata in maniera così rapida. Il fatto che un qualcosa sia accaduto non significa automaticamente che si trovi un colpevole e probabilmente non lo si troverà su La trattativa. Ma il mio film è inattaccabile: in Italia si dice sempre che bisogna aspettare i processi, ma non è che non si può discutere dei fatti veramente accaduti finché i colpevoli non sono stati trovati. Senza la trattativa il nostro sarebbe un paese migliore oggi, e forse avremmo ancora tra noi Falcone e Borsellino». Da un punto di vista tecnico, il film potrebbe essere giudicato con un : bello, ma niente di nuovo. Ma La trattativa è un film che grazie alla forma riesce a dare forza al contenuto, è "cinema civile" che ricorda il "teatro civile" di Marco Paolini, il mettere in fila e in ordine in modo chiaro fatti già noti affinché tutto coloro che ne sentano il bisogno possano capire, partecipando a un racconto complesso, e non a una serie di frammenti. Tutto è messo al servizio dell'onestà intellettuale di chi guarda. Dalla critica, in sala sono arrivati applausi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA