Case-botteghe tutte affrescate

BR Sbolo tre metri quadrati, ma dicono tutto. I frammenti d'affresco scoperti sulla facciata di uno degli edifici porticati di piazza Erbe, dopo il restauro dichiarano la loro raffinata bellezza e confermano che tutto il fronte delle case-botteghe era dipinto. La scoperta arriva giusta, allo scoccare dell'anno del Mantegna. Queste decorazioni parlano di Andrea.BR /b I frammenti - pochi, ma leggibili - sono d'ispirazione mantegnesca, appartengono al lungo e generoso periodo nel quale l'influsso del maestro ispirava ogni impresa di pittura, interna ed esterna. Ciò vuol dire che la Mantova del rinascimento (come nel medioevo e fino alle soglie del Settecento) era una città dipinta: gli affreschi tatuavano anche le pareti che guardavano le piazze e le strade. La gioia del colore con i suoi segni era pubblica. Le testimonianze che da qualche giorno sono ammirabili in piazza Erbe dovrebbero risalire ai primissimi anni del Cinquecento. Per precisione la facciata dipinta (in città ce ne sono molte altre, tutte da valorizzare) è la terza del filare, se si contano gli edifici partendo da piazza Mantegna. In sequenza: la Cervetta, sede degli uffici provinciali del turismo, uno stabile di mezzo, e quello che stiamo trattando. Per meglio intenderci ragioniamo con le coordinate numerologiche del centro storico: quinto e sesto occhio del portico cominciando a contare da sinistra, con le spalle alla Torre dell'Orologio. Dopo essere rimasta nascosta per mesi dietro le cortine bianche del cantiere del recupero, la facciatina è finalmente riapparsa con questa novità: i relitti del dipinto naviganti nella nuova intonacatura chiara, cosi neutra da far risaltare i colori e le linee del Cinquecento ritrovato.BR La casa in questione appartiene (lo si legge sul cartello di cantiere ch'è ancora appeso all'ingresso del negozio) alla società a responsabilità limitata Fin Tel e alla società per azioni Locat. Il progettista del recupero è l'architetto Giampaolo Benedini. L'immobile fa parte del 'treno" di edifici addossati al fianco est della basilica di Sant'Andrea: un asse commerciale, artigiano e abitativo di estremo interesse storico e urbanistico. La fila degli edifici ricalca pressoché identica la volumetria delle case-botteghe che già esistevano nel XII secolo, tutte di pertinenza dell'abbazia benedettina, cuore e motore della riscossa economica cittadina. Nei primi anni del Cinquecento il 'treno" fu oggetto di un intervento funzionale ed estetico che però non ne modificò l'assetto. Vennero cambiati i prospetti e sostituite le colonne, ma l'organizzazione restò tale e quale: ogni occhio di portico coincideva con un'attività che aveva bottega, magazzino sotterraneo (di cui tanto s'è scritto in questo periodo), piani superiori e abitazioni. Le case tante, alte e smilze sullo stesso fronte confermano questa dinamica. I frammenti di decorazioni ritrovati durante il recupero non possono essere dunque anteriori al Cinquecento, e sarebbero pertinenti alla vasta campagna promossa dal marchese Francesco II dopo la battaglia del Taro. Senza dubbio tutte le facciate che guardavano piazza Erbe erano dipinte. Con lo stesso modulo? Non si sa. Ma ciò valeva anche per il Purgo, piazza Marconi, dove è di precetto un'occhiata alla Casa del Cappellaio (Tallarico), quella con gli affreschi mantegneschi che propongono una veduta ideale di Roma e l'episodio della clemenza di Alessandro Magno, tra figure mitologiche, putti e tabelle. Vale per la sede dell'Università dei Mercanti (negozi Benini) che in facciata ostentava un monumentale Francesco II a cavallo con angelo fra i putti, di cui restano diafane tracce. Il centro della capitale gonzaghesca era totalmente dipinto e in quell'epoca parlava del principe, elogiava il principe o, in parallelo, la prosperità raggiunta.BR I frammenti d'affresco trovati sulla facciata della casa di piazza Erbe testimoniano due ordini: quello decorativo modulare che si riproduceva su tutta la superficie; quello che si sviluppava in orizzontale sotto la cornice. Il primo è ritmato da una serie di tondi ognuno dei quali contiene una figura mitologica. Individuabili cavalli alati marini che hanno appunto code di tritone, e un Nettuno. I tondi sono connessi e sottolineati da un'elaborata teoria di cornici curvilinee, fronde e borchie. Colori ricorrenti: giallo, rosso, bianco, bruno. L'effetto originario doveva essere quello di una fitta e infinita tessitura, che potrebbe richiamare quella più geometrica e ormai in sparizione sulla facciata di Palazzo Cadenazzi (Palazzo Bonacolsi, sotto la Torre della Gabbia, via Cavour). La fascia della cornice è un classico della lezione mantegnesca. Si tratta di un gioco di figure monocrome, eleganti e sinuose che stavano decisamente sotto la cornice, prima che nell'Ottocento la casa venisse sopraelevata con la creazione di un nuovo solaio e l'apertura di quattro finestrelle tonde. Visibili vasi, girali, palmette, cornucopie e un probabile caduceo con tanto d'ali e serpenti. È la simbologia dei farmacisti antichi, degli speziali? La vicina Cervetta (bombardata nel 1944 e completamente ricostruita 'alla moderna"), guarda caso, era la bottega dei Groppelli, famosi aromatari. Ma nello stesso quadrante aveva sede l'officina degli Osanna, grande famiglia di tipografi, più tardi primi stampatori della Gazzetta di Mantova. Il recupero dei frammenti è stato fatto dalla 'Restauratori Associati". Elisabetta Garilli dice che dopo le indagini stratigrafiche i frammenti sono stati consolidati senza ricorrere a ricostruzioni. Gli affreschi, liberati dai tristi intonaci color schiacciatina, tornano a sfidare l'aria (pesante) e il tempo (cinico). A Mantova è un bel match.BR

Stefano Scansani