Quanta Mantova alla Scala che martedi torna a splendere


«I n un vecchio palco della Scala/ nel gennaio del'93/ spettacolo di gala...» Nel mito del Teatro dei Teatri può rivivere la canzone del mantovano Gorni Kramer (e di Garinei-Giovannini) anche se il vecchio palco del '93 non ci sarà più, la sera di Sant'Ambrogio. Infatti è diventato tutto nuovo, ma in fondo tornando vecchio, al di là del gioco di parole.
Il restauro ha ridato all'ambiente teatrale gli originari splendori settecenteschi voluti da Giuseppe Piermarini. L'Imperial Regio Architetto e Ispettore delle Fabbriche per la Lombardia era lo stesso che, prima di affrontare a Milano l'impresa del Teatro Grande, poi diventato alla Scala, aveva appena progettato nel 1773 a Mantova il Palazzo dell'Accademia, incorporandovi il Teatro Accademico, finito nel 1769 da Antonio Galli Bibiena. Oggi a dirigere l'eccezionale ricostruzione interna della Scala, è stata l'architetto Elisabetta Fabbri, che con Mantova conserva il legame dei ricordi più giovani: nel 1980 infatti frequentava il 'Virgilio" fino alla maturità classica, abitando in via Grioli ancora qualche anno. Alle amicizie liceali aggiunge quelle della 'Campogalliani", per avere anche recitato in Palazzo d'Arco.
Particolare rapportabile alla Fabbri: nei nuovi-vecchi palchi scaligeri ha voluto il piermariniano 'cotto di Pavia", questo però interamente mantovano per argilla e fabbricazione manuale, dovuta alla Fornace Polirone di Borgoforte. L'epocale evento del 7 dicembre sarà rivissuto con sensazioni diverse e naturale prevalenza delle nostalgie dagli artisti mantovani che alla Scala hanno cantato o comunque sono stati in cartellone, protagonisti o in ruoli imp ortanti.
«La Scala, il sogno di tutti i cantanti - parla il basso Enzo Dara - ed io ci sono arrivato nel 1971, debuttando il 21 gennaio come Dulcamara in 'Elisir d'amore" di Donizetti. sul podio Giuseppe Patanè. Avevo rotto il ghiaccio alla Piccola Scala con Mozart nel'69. Ritengo però vero debutto scaligero il Barbiere di Siviglia, 18 marzo del'71, regia di Jean Pierre Ponnelle, direttore Claudio Abbado Edizione memorabile e altrettanto L'Italiana in Algeri" di Rossini, inaugurale della stagione 1973, sempre Abbado-Ponnelle».
Tra Piccola Scala e Scala, Dara ha cantato dal 1968 all'85, ben 123 recite, con grandi tournées all'estero (Londra, Tokyo, Vienna, Mosca, Washington). «Nel 2001 - aggiunge - per i 40 anni di carriera, la soddisfazione del ritorno alla Scala con 'Cenerentola", diretta da Campanella, tre recite». E nel 1980, alla Piccola Scala, mozartiano 'Il Re Pastore": cantava un soprano per Dara più importante di tutte le altre, Ivana Cavallini, sua moglie. Nella 'Italiana in Algeri" di Abbado-Ponnelle del'73, Dara era Taddeo e nella buca del maestro rammentatore esercitava Stelio Maroli, musicista mantovano che nella città natale è tornato non appena concluso il lungo e prestigioso itinerario artistico: un trentennio fra il Teatro Comunale di Firenze e il Maggio Musicale Fiorentino, con Riccardo Muti. Ma erano altri direttori famosi a volerlo: Abbado alla Scala, «sono rimasto per sette stagioni», poi Herbert von Karajan e Karl Boehm 'grandissimo" a Salisburgo per i famosi festival mozartiani, più parentesi estive insegnando canto all'Accademia Chigiana di Siena. Tanti i nomi famosi, direttori, cantanti, registi: il maestro non abbonda in particolari parlando di sé, tiene però a ricordare la dura gavetta mantovana e un direttore, il maestro Giacomo Sansoni Savini di San Benedetto Po «al quale devo molto».
Anche Dara, ai primi passi, è stato aiutato - e non lo dimentica - da Adriana Lazzarini, nata a Mantova, papà Emilio, mamma Dina Aldrovandi, cresciuta a Verona, splendida carriera di mezzosoprano. Alla Scala dal 1958 al '73, debuttante con Maria Golovin di Menotti, poi nei ruoli principalii: Verdi, Puccini, Gluck, Berlioz, Ciaikovski, Pizzetti, con tante stagioni dei maggiori teatri italiani ed europei.
Nella storia della Scala s'incontra, lungo tutto il '900, una affollata galleria di artisti mantovani, scomparsi. Cosi il soprano Margherita Benetti di Governolo, mancata nel 2002, delicata interprete verdiana e rossiniana. Poi Mauro Pagano (1951-1988) di Canneto sull'Oglio, scenografo, costumista: vita troppo breve, già dal '79 alla Piccola Scala, poi alla Scala ad inaugurare la stagione 1980 con Lorin Maazel e Strehler. Ancora una memorabile Aida nel 1985 (Maazel-Ronconi), 'Sonnambula" nell'86 (Gavazzeni-Olmi) e, ultima prova, 'Fetonte" nel 1988 (Vonk-Ronconi) a chiudere prematuramente un percorso che aveva già toccato i grandi festival e teatri europei.
Nella luminosa carriera di Ettore Campogalliani (1903-1992) la presenza tra i fondatori della famosa compagnia dei Cadetti della Scala e l'insegnamento di tecnica e interpretazione vocale alla Scuola di perfezionamento della Scala. Ancora vicina nel ricordo Maria Zamboni (1891-1976) di Ponti sul Mincio, soprano acclamatissima, 'Liù" nella prima assoluta di 'Turandot" con Toscanini alla Scala nel 1926. Fra gli interpreti di 'Germania" di Alberto Franchetti, in scena nel 1906, una giovane Emma Trentini (1878-1959), mamma di San Benedetto che era bidella a Mantova, soprano poi largamente affermatasi in carriera. Negli Anni Trenta, il baritono Carlo Togliani (1891-1977) andava per la maggiore, anche alla Scala con 'La vita breve" di Manuel De Falla. Lo storico Vladimiro Bertazzoni ha dedicato con passione al mondo del melodramma approfondite ricerche, anche in volume, che rendono agevole il ricordo di due regine del palcoscenico: Marcellina Lotti (1830-1901) mantovanissima, soprano alla Scala fra il 1852 e il 1865 oltre che in tutta Europa; infine Rosina Storchio (1872-1945), padre mantovano, allieva di Lucio Campiani, alla Scala dal 1901 al 1906, un mito, particolarmente legata a Toscanini, ammiratissima da Leoncavallo, Puccini, Giordano.

Renzo Dall'Ara