Dopo i crac le banche ora si difendono

ROMA. Le banche hanno le mani pulite. E, nei confronti degli obbligazionisti di Cirio e Parmalat, hanno agito con assoluta correttezza anche se il caso ha posto questioni gravi alle quali è necessario dare risposte. È questa la posizione espressa dai vertici degli istituti di credito ascoltati ieri dalle commissioni congiunte di Camera e Senato nel quadro dell'indagine conoscitiva sui rapporti fra il sistema delle imprese, i mercati finanziari e la tutela del risparmio. Le audizioni programmate a Palazzo Madama hanno occupato l'intera giornata di lavori.
Dalle nove del mattino fino a sera sono stati ascoltati i vertici del San Paolo Imi, quelli di Banca Intesa, quelli dell'Unicredito Italiano e infine quelli di Capitalia. E tutti hanno fatto quadrato attorno al sistema creditizio investito da una pioggia di accuse.
Il presidente di Capitalia, Cesare Geronzi, ha parlato per ultimo ma la sua era la relazione più attesa. Precisando che la negoziazione di titoli poi caduti in default con la propria clientela è stata minima, ha dichiarato che il gruppo da lui guidato «non ha compiuto nessuna operazione di trasferimento del rischio di credito dalle imprese alla propria clientela retail»; e che sarebbe stato «suicida» allocare in maniera volontaria e deliberata bond sulla cui solvibilità esistevano dubbi. Quanto poi al capitolo Bankitalia, Geronzi ha ribadito che Capitalia è statao il gruppo più osservato in assoluto.
Nel caso Parmalat, ha aggiunto, «Capitalia ha agito col massimo rispetto non solo delle norme vigenti ma anche delle migliori pratiche del settore». Perché la società «risultava affidabile sulla base di dati revisionati e certificati, godeva di rating elevati e su di essa non erano mai state sollevate obiezioni né da parte del fisco né da parte delle competenti autorità di vigilanza». Certo, il caso Parmalat «ha profondamente colpito per la gravità e le dimensioni di un dissesto assolutamente imprevedibile», ha detto Geronzi annunciando che in futuro saranno prese misure più drastiche per tutelare i risparmiatori e che, comunque, a metà marzo partirà il piano di Capitalia per andare incontro ai circa quattromila clienti del gruppo coinvolti nei default Cirio, Parmalat e Giacomelli.
Quattordicimila, stando ai dati forniti dall'amministratore delegato Corrado Passera, sono invece le famiglie, clienti di Banca Intesa, che detengono direttamente obbligazioni Parmalat per un totale di circa 300 milioni di euro. Passera ha poi spiegato che nell'ambito dei sette collocamenti dei bond Cirio «in nessun caso» le emissioni curate dal gruppo «o alle quali abbiamo partecipato, sono servite a rientrare da nostre posizioni creditizie». E che per quanto riguarda ancora la Parmalat, furono le stesse banche a chiedere che si procedesse contro la società dopo un incontro romano, avvenuto il 6 dicembre scorso, in cui Tanzi annunciò di avere a disposizione soltanto 100 dei 160 milioni di euro necessari al rimborso dei bond in scadenza di li a due giorni. Un annuncio fatto «senza che ci fosse fornito alcun documento o spiegazione sulla natura della crisi». Secondo Passera, davanti a tali dissesti non si può non ammettere che «tutti avremmo dovuto fare di più». Ma i recenti crac, «presentano tutti i connotati di vera e propria criminalità economica».
Di «una truffa scientificamente organizzata», di «un caso di frode di ampiezza impressionante», in relazione alla vicenda Parmalat, ha parlato anche l'amministratore del San Paolo Imi Alfonso Iozzo. A fargli eco l'amministratore delegato di Unicredito, Alessandro Profumo. «Non potevamo sapere del default incombente su Parmalat e non era questione di interpretare meglio l'attivo», ha denunciato Profumo. Perché «ogni valutazione su quei bilanci era la valutazione sulla qualità del lavoro dei manipolatori, non della salute del gruppo».