Le Dolomiti d’acqua di Licata, Music, De Pisis

La mostra «Dolomiti d'acqua. Il viaggio della pittura dai monti verso Venezia e la laguna» - a cura e con catalogo di Giovanni Granzotto, a San Vito di Cadore fino al 30 agosto, e dal 16 settembre al primo novembre, con un maggior numero di opere, nel più ampio spazio di Palazzo Crepadona a Belluno – offre molti motivi di interesse. Ben più di quanti sarebbe possibile qui indicare. Ci limitiamo perciò ad annotare il senso di un incontro soggettivo con alcune delle opere esposte. Non necessariamente le più titolate, fra cui vi sono il Palazzo Ducale di De Chirico scelto anche per il manifesto, vari Ciardi, due De Pisis, un Tancredi… Chi non abbia mai avuto l'opportunità di visitare una personale di Zoran Music, troverà a San Vito il regalo di un'intera parete dedicata all'artista sloveno, con quattro tele di soggetti e dimensioni differenti. Si inizia con un olio dal ciclo del 1963 Fiori a Cortina: una cascata di tocchi arancio (e viola-lilla e verde) luminosi e vibranti. Nel primissimo piano senza profondità l'arancione dominante – che in Music contraddistingue anche le figure femminili, attraverso i capelli – evoca la bellezza sontuosa di Klimt, ma come astratta nel vuoto: il mondo intorno è stato distrutto dalle catastrofi del Novecento (Music fu internato a Dachau) e ne permane solo il ricordo, l'ineffabile presenza cromatica. Seguono due tele del 1975 che rappresentano il gruppo delle Cinque Torri affiorante da uno sfondo di nebbie. A chiudere la breve sequenza vi è un Canale della Giudecca del 1980, dove un elaborato vascello fantasma passa in un'acqua immobile, sullo sfondo di una città anch'essa fantasma. Opere da cui non si riesce a distogliere lo sguardo perché in qualche punto di esse – ma non sappiamo quale – o nel brusio indistinto della loro nebbia o forse oltre la superficie stessa si avverte sempre il mistero dell'invisibile. Nella stessa piccola sala, la Punta della Dogana di Virgilio Guidi è la perfetta pace e il piacere dei sensi. Il «lavoro di riduzione delle forme in piani di colore inondati di luce» (Granzotto) dà vita a un piccolo miracolo di sensualità che ricorda la felicità poetica dei Sillabari di Parise, scrittore di questi stessi luoghi e atmosfere. Nella grande opera di Riccardo Licata intitolata Venezia l'acqua è elemento e colore totale e abbagliante, e gli stessi azzurri e turchesi mediterranei, energia e gioia pura pulsanti dalla tela, si ritrovano in Fall (Laguna) del giovane Tommaso Bet. Dall'ebbrezza marina si passa alla roccia scabra e lunare, la solitaria tristezza delle Dolomiti terre fragili, una serie di Pierluigi Slis rappresentata alle Scuole elementari di San Vito da due impressionanti opere (2015 e 2016) in cui i blocchi di pietra si stagliano isolati, ritagliati quasi nel vuoto di un bianco freddo e irreale eppure straordinariamente preciso nel suo potenziale emotivo. Attraverso modalità non realistiche Slis crea apparizioni e presenze capaci di irradiare la propria forza al pari delle montagne reali. E poi ci sono i volumi chiusi, immobili e immutabili degli edifici di Fiorenzo Tomea, nativo di Zoppè di Cadore. Le sue case squadrate di legno e pietra, le baite con i prati non mostrano alcuna visibile presenza umana eppure non paiono mai disabitate, e c'è in questo una verità che tocca e in cui ci si riconosce. Grazie, oltre che al curatore Giovanni Granzotto, ad Alberto Rossi della Bottega del Quadro di Feltre per una mostra che testimonia amore per l'arte e per luoghi di grande bellezza (e fragilità: a San Vito la ferita della frana del 4 agosto 2015 è ancora fin troppo fresca, e a fine mese – Pelmo, 31 agosto 2011 – ricorre un altro anniversario che in paese nessuno dimentica). Giovanna Menegus