IL CALCIO È SPALLE AL MURO

di STEFANO TAMBURINI Di brutti personaggi come Genny 'a carogna il calcio è fin troppo circondato. E ora non sa cosa fare, è con le spalle al muro, minacciato da un mostro che ha contribuito a far nascere e prosperare, dandogli un ruolo, regalandogli credibilità e in qualche caso rendendolo complice per giochi più o meno sporchi. Sì, è vero che ora, sotto gli occhi di tutti, c'è qualcosa di ancora più penoso della trattativa di sabato fra lo Stato e il peggio del mondo ultrà: quelli che vogliono farci credere che non c'è stata. La vergogna in Mondovisione è difficile da digerire e, prima ancora, da ammettere: ma quello che è accaduto all'Olimpico (dentro e, soprattutto, fuori) purtroppo è solo la punta di un iceberg maleodorante non sempre diffusamente percepito. Non è da oggi che periodicamente scatta l'allarme, che l'emergenza si presenta sotto forma di pestaggi, minacce o morti ammazzati. E non è da oggi che ci troviamo di fronte a un'ondata di finta indignazione, di spallucce alzate e dell'immancabile legislazione d'emergenza, foriera di disastri inenarrabili. L'elenco è lungo: limitiamoci alla tessera del tifoso, che ha complicato la vita solo alle persone perbene, e alle farraginose regole sulla discriminazione territoriale, che hanno dato ancor più fiato al cretinismo da curva. Il tutto fra l'indifferenza o la complicità – e non si sa cosa sia peggio – dei principali dirigenti calcistici. Una storia emblematica è quella legata a una frase pronunciata il 27 ottobre 2009 da uno fra i migliori allenatori italiani, Fabio Capello, oggi ct della nazionale russa, allora alla guida della nazionale inglese. Disse quel che ai più era già sufficientemente chiaro: «Il calcio italiano è in mano agli ultrà». Bene, fu sommerso di pernacchie. L'allora presidente del Coni, Gianni Petrucci, rispose che erano «dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano» e il presidente della Federcalcio, Giancarlo Abete chiosò: «Lo scenario disegnato da Capello non corrisponde alla realtà». Perfino il vicepresidente del Milan, Adriano Galliani, sotto scorta perché minacciato, ebbe a dire: «Non sento questo problema». In effetti era ed è proprio così. Tutto ciò il calcio non lo ha mai avvertito come un problema. Anzi, sono state proprio le società a legittimare la figura del "tifoso professionista", del capo popolo che è a libro paga o prospera gestendo traffici illegali intorno agli stadi. E sono questi tifosi che vengono accolti con tutti gli onori negli spogliatoi per tenere processi sommari alle squadre che vanno male. Dino Zoff, campione del Mondo 1982, proprio ieri ricordava con orgoglio di non essere mai sceso a compromessi con i tifosi per un applauso in più. Paolo Maldini si sentì rovesciare addosso dei fischi dalla curva milanista nel giorno dell'addio al calcio, solo perché non aveva mai riconosciuto loro un ruolo formale. Due mosche bianche in un mondo di connivenze, di ricatti, di interi spogliatoi tenuti sotto scacco. Come nel caso del vice allenatore "licenziato" dagli ultrà dell'Atalanta per via dei precedenti bresciani; oppure quando hanno fatto togliere le maglie ai giocatori di Genoa e Padova. Tutto questo è stato accettato supinamente. Sì, perché gli ultrà spesso e volentieri servono anche alla politica, come serbatoi di consensi o, peggio ancora, per entrare in lista come è accaduto per lo sparatore dell'Olimpico; uno che aveva già bloccato un derby e che era stato comunque ritenuto degno da Gianni Alemanno (centrodestra) di accompagnarlo nella corsa a sindaco di Roma. Ieri il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha dovuto ricordare l'ovvio: «Anche le società calcistiche e i loro presidenti non devono trattare con i facinorosi». A lui non avranno il coraggio di replicare come fecero con Capello. Sì, seguiranno applausi, poi poche idee ma sicuramente confuse. Quelli che gestiscono il calcio hanno dimostrato con i cattivi esempi di non essere in grado di autoriformarsi. Qualcuno dovrà farlo per loro, e anche molto presto. «Prima che – come dice un altro saggio inascoltato come il ct azzurro, Cesare Prandelli – Fifa o Uefa ci caccino dalle coppe». Ci siamo molto più vicini di quanto si creda. E non solo per via di Genny 'a carogna. @s__tamburini ©RIPRODUZIONE RISERVATA