Tra Veneti e imperiali la battaglia del Cadore

Sui prati di Valle il 2 marzo 1508 si consumava una cruenta battaglia tra Veneti ed Imperiali, destinata ad incidere profondamente su storia, arte e cultura della nostra gente.
Peccato davvero che a Palazzo Ducale a Venezia, nella Sala del Maggior Consiglio, il grande "telero" di Tiziano, dedicato alla "Vittoria di Cadore", non ci sia più, finito in cenere per il disgraziato incendio del 1577. Peccato perché le migliaia di turisti di tutto il mondo che fanno la fila ogni giorno per stupire davanti alla storia grandiosa della Serenissima vivrebbero un'emozione in più e il Cadore godrebbe ancora di maggior fama per l'arte del divino pittore che proprio con quel quadro volle dichiarare tutto il suo amore alla terra natale.
Nella piana di Valle, il 2 marzo 1508, presso un ponte che secondo alcuni era quello di Pocroce, secondo altri sul Rusecco, il destino chiamò l'esercito veneto e quello di Massimiliano d'Austria ad una cruenta battaglia determinante per le sorti del Cadore e della stessa Repubblica di S. Marco, tanto da finire tra i fasti più celebrati del'epopea dogale.
Nel 1508 l'imperatore Massimiliano chiese ai Veneziani di poter attraversare il Veneto per raggiungere Roma ed esservi incoronato. Al diniego oppostogli, egli, attraverso Trento, la Valsugana e l'Altopiano dei Sette Comuni, arrivò fino alle mura di Vicenza, ma, costretto a ritirarsi dall'inutile assedio, riparò in Tirolo.
Da qui, attraverso Brunico, si spinse fino a Landro e, impossibilitato a far cadere il castello di Botestagno, puntò su Cortina attraverso Misurina, raggiungendo quindi Venas e Pieve, presso il cui castello i cadorini si erano apprestati a difesa. Le truppe del Prncipe Sisto von Trautson si accamparono tra Tai e Pieve ed intimarono la resa al presidio del castello comandato dal Capitano veneziano Gissi.
Il Senato della Serenissima incaricò allora Bartolomeo D'Alviano, valoroso combattente e soprattutto grande condottiero, scortato dal Provveditore Carlo Cornaro, fratello della Regina di Cipro, di attaccare i tedeschi da sud, mentre il Savorgnano, altro celebre condottiero, doveva convergere su Pieve dal Friuli, attraverso il Passo Mauria.
Il D'Alviano avanzò con un corpo di 4000 uomini da Longarone e Forno di Zoldo e, con mossa astuta, attraverso il Passo Cibiana ingombro di neve raggiunse inopinatamente Venas.
Allorché, per un incendio provocato da alcuni "stradioti", mercenari di origine albanese, la sua presenza fu scoperta, il D'Alviano, disposte le sue truppe tra Nebbiù il Monte Zucco, senza attendere l'arrivo del Savorgnano, riuscì ad imbottigliare gli imperiali, fingendo tra l'altro una ritirata.
Presso il torrentello Rusecco, non lontano dalle prime case di Valle, si consumò la rovina tedesca giovedì 2 marzo 1508. Vi morirono 1737 tedeschi, compreso lo stesso Trautson, e molte teste di caduti furono inviate a Venezia per essere scambiate, come promesso, con uno zecchino ciascuna. Con la conseguente resa del presidio tedesco al castello di Pieve il Cadore ritornava libero e da allora la "battaglia di Cadore" entrò di diritto nel libro della grande storia europea.
Giustamente l'evento divenne gloria da ostentare per la politica della Serenissima e perciò occasione per il Tiziano di rivelarsi maestro non solo di ritratti, ma pure di complesse ed articolate scene epiche. E tale aureola è rimasta fino ad oggi, facendo dimenticare lo sviluppo successivo delle operazioni militari e degli esiti politici tra il 1509 e il 1511, invero non felice, sia per Venezia, sia per il Cadore. Solo tre anni dopo i castelli di Podestagno e Pieve saranno attaccati nuovamente dagli imperiali ed il primo fortilizio, con l'intera vallata d'Ampezzo, andrà definitivamente perduto.
Quanto dolorosa sia risultata, almeno per l'attuale Cadore, siffatta separazione, che, oltre che politica, divenne col tempo pure culturale, è facile capirlo, con conseguenze ed implicazioni che arrivano diritte diritte fino ai giorni nostri.
Ma intanto resti luminosa la memoria di quel 2 marzo, non perché si trattò di un avvenimento caduto accidentalmente su un Cadore ignaro ed impotente, bensì perché fu una lotta in cui l'intero nostro comprensorio partecipò da protagonista alle operazioni, anzitutto presso la Chiusa di Venas, riaffermando orgogliosamente la fedeltà atavica delle nostre contrade al Leone di S. Marco. E poco importa che allora lo stemma cadorino abbia dovuto rinunciare ad una delle sue due simboliche torri: divennero per converso due gli abeti (in origine tigli) e siffatti emblemi di virtù e libertà erano destinati a resistere fino all'arrivo delle armate napoleoniche, ovvero per tre secoli quasi. Qualcuno l'avrebbe scommesso allora?
Walter Musizza Giovanni De Donà