Il Pd e i fantasmi del partito-stampella che ancora non c'è

Strano destino, quello del Partito democratico: dopo avere lungamente e faticosamente perseguito il progetto del "partito unico", sentire la necessità di sdoppiarsi, di veder nascere da una propria costola il #partito-che-non-c'è, l'alleato che lo faccia uscire dall'isolamento (e dalla marginalità). È un percorso che conosciamo bene: parte dal '94 e vede gli eredi dei grandi partiti della Prima Repubblica - Dc e Pci - impegnati in un difficile processo di adattamento alle regole del maggioritario. Li porta ad unirsi nell'Ulivo e, quindi, nel partito dell'Ulivo: il Pd, per l'appunto, il partito "americano", per nome, vocazione (maggioritaria) e metodo di selezione della leadership. Ironia della storia, proprio mentre il centro-sinistra completava questo accidentato percorso, il sistema politico imboccava il sentiero opposto. Ironia nell'ironia: lo stesso Pd, attraverso il fallito percorso di revisione costituzionale culminato nel Referendum del 2016, contribuiva attivamente a questa inversione di rotta. Nel nuovo scenario proporzionale, il Pd si ritrova così partito unico: cioè, solo. Le scissioni alla sua sinistra hanno prodotto risultati deludenti. I pochi cespugli rimasti nel suo giardino faticano a superare le soglie di sbarramento. Rimane la possibilità di una convergenza con i 5S: complicata e comunque indigesta a una parte del suo elettorato. In molti, così, intorno e persino dentro il Pd, auspicano la nascita, nella stessa area politica, di un potenziale alleato: si è parlato con insistenza di una gamba moderata, o lib-dem. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala, in una intervista pubblicata da L'Espresso, suggerisce di archiviare queste categorie, insieme a quelle di destra, sinistra, centro. Il partito di "un" Sala potrebbe essere sicuramente utile al Pd, anche se il #modelloMilano - se preferite, il #modelloMilanoCortina - appare difficilmente esportabile su scala nazionale. Il primo cittadino, dal canto suo, si dice interessato, ma (per ora) indisponibile. Mentre da tempo - forse troppo tempo - si discute della discesa in campo di Carlo Calenda. Altri possibili fondatori - se si esclude l'annosa questione di un ipotetico partito di Renzi - al momento non se ne vedono. Non è detto che l'egemonia salviniana sia destinata a durare a all'infinito. La storia recente ci dice che gli elettori sono disposti a modificare, rapidamente e sensibilmente, le proprie preferenze. A patto, tuttavia, che venga loro offerto un progetto di autentica discontinuità politica, associato a una leadership di rottura. Per questo, è difficile immaginare che il #partito-che-non-c'è possa avere successo, se non rappresenterà una alternativa vera (allo stesso Pd); se nascerà in provetta, per gemmazione dal Pd, con il solo obiettivo di fare da stampella al Pd. --