L'Italia e la questione Libia, vuoto di strategia politica

Eccolo, il riallineamento. Conte dice che l'Italia "non è né a favore di Sarraj né a favore di Haftar, ma a favore del popolo libico". Affermazione che, in sè, non significa nulla, tanto appare ovvia, ma che, nel linguaggio realista della diplomazia internazionale, evoca l'ingresso italiano nella costellazione che guarda al generale come al solo attore della stabilizzazione in Libia. Costellazione che comprende attori regionali come Egitto, Emirati e Arabia Saudita, ma anche potenze globali come la Russia e, dopo lo sdoganamento di Haftar da parte di Trump, Stati Uniti, oltre che una potenza europea come la Francia. Insomma, l'Italia, che in quest'ultimo anno di governo è parsa concentrata solo sulla vicenda sbarchi, sta perdendo vertiginosamente posizioni nella regione e, con una manovra dell'ultima ora, tenta di salire su un carro in cui le carte vincenti le danno, comunque, altri. Nel tentativo di non vedere ridimensionati interessi politici e energetici in uno scenario geopoliticamente rilevante per il nostro paese. Difficile, quando si verifica un simile riallineamento, collocarsi altrove, ma Roma, che del governo di Tripoli è stata il principale sponsor, deve dire ora come intende uscirne. Anche perché non può permettersi che le forze italiane a Misurata, accusate infondatamente da Haftar e i suoi di essere attivamente impegnate a fianco di Serraj, restino schiacciate tra la pressione delle fazioni legate al generale e la delusione di quanti appoggiano il governo riconosciuto internazionalmente di Serraj. Vi è poi lo spauracchio degli sbarchi, che proprio le milizie vicine a Serraj potrebbero usare come arma di pressione sull'Italia, lasciando mano libera alle partenze in piena campagna elettorale per ottenere garanzie da Roma. Un bel pasticcio, che rivela, ancora una volta, un vuoto di strategia politica. La questione Libia, infatti, è stata affrontata nell'ultimo anno solo in chiave immigrazione, mentre sarebbe servita un'azione diplomatica capace di influire sulla scena internazionale: il già sbiadito color seppia della photo-opportunity di Palermo è li a ricordare il fallimento su questo versante. Azione tanto più necessaria per non ritrovarsi, come accade oggi, a inseguire su un terreno che non è più nelle nostre mani, ma in quelle di Al Sisi e Putin, di Trump e Macron, dell'emiratino Bin Zayef e del saudita Bin Salman. Un paese come l'Italia che rivendica la tutela dei propri interessi nazionali in aree vicine, dovrebbe discutere apertamente di questi temi, che rischiano di pesare sul suo futuro per i prossimi decenni, nelle sedi istituzionali opportune. Ma nell'Italia ossessivamente concentrata sul proprio giardino di casa e che vede la politica internazionale come una complicazione di quella interna, tutto ciò scivola in secondo piano. Salvo accorgersi, quando è troppo, tardi, che il mondo irrompe nel nostro paese rischiando di metterlo ai margini. -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI