Conte prende tempo «Sul destino di Siri sarò io a decidere» L'ipotesi del decreto

Carlo BertiniFederico Capursoroma. La prima data utile è lunedì 29 aprile, ma la coincidenza di un consiglio dei ministri delicato sulle nomine Bankitalia e una missione di mezzo governo in Tunisia martedì 30, fa sì che possa slittare al 2 maggio il giorno clou del caso Siri: quando cioè il premier Conte, dopo averlo incontrato a Palazzo Chigi, deciderà le sorti del sottosegretario indagato. E per come si stanno mettendo le cose, ovvero la probabile richiesta di dimissioni del sottosegretario ad opera del premier, sarà questa la prova del nove della tenuta della maggioranza. Perché uno dei due alleati ne uscirà sconfitto e di certo farà pesare la sua reazione sul piano mediatico e magari anche sul terreno parlamentare. il rimpasto-vendettaGià si è visto come è andata sul "Salva Roma" e di certo dopo un netto sorpasso alle Europee, la Lega è pronta a far pagare pegno sulla compagine governativa, pretendendo un nutrito rimpasto di ministri. Una scelta, quella di Conte, così delicata che potrebbe minare le fondamenta del suo stesso esecutivo, vista la determinazione di Di Maio nel chiedere le dimissioni del sottosegretario e viceversa la difesa a oltranza di Siri da parte di Salvini. «Siri si deve dimettere da sottosegretario - insiste il capo del M5S-. E se non lo fa? Chiederemo con ancora più forza di farlo. Anche al presidente del Consiglio, perché noi lo abbiamo disinnescato togliendogli le deleghe, ma quella è un'indagine di corruzione che riguarda anche fatti di mafia». Vuole decidere ConteMa il premier rivendica la primazia, tanto che se Salvini dirà a Siri di non dimettersi, Conte potrebbe chiedergliene conto e ragione. «Salvini non si può impuntare, deve riconoscere il ruolo del premier», è il ragionamento che fa Di Maio con i suoi. Si aprirebbe un problema istituzionale di prima grandezza, «in quel caso sarebbero loro a far cadere il governo», dicono i dirigenti M5S. Lo scontro si alza di livello. Basta sentire le parole del Guardasigilli Bonafede, che evoca il ritorno «ai tempi di Berlusconi», o quando cita Borsellino che diceva che «un politico non deve essere solo onesto ma deve apparirlo», per capire quanto sia alta l'irritazione dei leghisti.Non a caso Salvini posta sui social i video di lui sulla ruspa che col caschetto abbatte le case sequestrate nel Lazio ai mafiosi, con la scritta «la mafia ci fa schifo». E sul suo sottosegretario indagato tiene il punto. «Siri resta dov'è, ci mancherebbe altro. Gli ho chiesto sei tranquillo? Mi ha risposto di sì, e allora sono tranquillo pure io. In un Paese civile, se si indaga qualcuno bisogna ascoltarlo un'ora dopo, non una settimana dopo. Sembra peraltro che quelle intercettazioni di cui si parla da giorni, non esistano, siano false... vedremo», dice Salvini citando la notizia pubblicata ieri da La Verità secondo cui non esisterebbe nel fascicolo dell'inchiesta l'intercettazione in cui si farebbe riferimento alla dazione di 30 mila euro a Siri. L'arma finale dei 5sIn ogni caso la questione politicamente andrà risolta: secondo i pentastellati, solo con le dimissioni di Siri. Se non dovessero arrivare, i grillini valutano anche l'arma finale: ovvero un decreto del presidente del consiglio (sul quale Conte sta cercando una sponda del Colle) con la revoca dell'incarico al sottosegretario: da sottoporre al vaglio del consiglio dei ministri, come fu per Sgarbi nel 2002. «Non li seguiremo mai su questa strada», replicano i leghisti. Una forzatura del genere spaccherebbe in due l'esecutivo con evidenti ripercussioni. Di qui l'invito ai 5S a non forzare. «Non vogliamo replicare ai continui attacchi, certo se anche i loro ministri si occupassero meno di questioni che non competono loro, sarebbe meglio. Bonafede ad esempio ha una riforma della Giustizia cui pensare». Toni alti fino al votoMa è evidente che su tutta la vicenda pesa la cornice elettorale: i Cinque stelle hanno tutto il vantaggio a trascinare la questione a maggio, il più possibile a ridosso delle Europee, tenendo i toni alti. Non a caso Di Maio prova a colpire Salvini dove sa di fargli più male: «Puoi anche andare a Corleone a dire che vuoi liberare il paese dalla mafia - lo sferza - ma per farlo devi evitare che la politica abbia anche solo un'ombra legata a inchieste su corruzione e mafia». -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI