Nuova Via della Seta l'Italia verso la firma I dubbi dei porti di Venezia e Trieste

Gianni FavaratoVENEZIA. La firma di un fantomatico memorandum Italia-Cina per una nuova "Via della Seta", senza l'avvallo dell'Unione Europea e degli Usa, fa scoppiare una sorta di sindrome di una vera e propria «occupazione cinese» - come è già avvenuto nel porto greco del Pireo - degli scali portuali italiani, a cominciare da quelli di Trieste, Venezia e Genova. Un editoriale apparso l'altro ieri sera sul sito del Global Times - costola del Quotidiano del Popolo (voce del Partito comunista cinese) - ha rivelato, infatti, che l'adesione di Roma alla Belt and Road Initiative (Bri, ovvero la Via della Seta) fa dell'Italia «il primo Paese del G7 a diventare partner Bri», aggiungendo che ci sono «divisioni all'interno della coalizione di Governo in Italia dopo un duro rimprovero della Casa Bianca che chiedeva un ripensamento».L'editoriale ha fatto subito preoccupare anche la Commissione Europea. Interrogato in proposito, il presidente dell'Autorità di Sistema Portuale di Venezia e Chioggia, Pino Musolino, ha preferito starsene in silenzio per evitare nuovi fronti di conflitto - che si aggiungerebbero, per esempio, a quello sull'accessibilità delle grandi navi da crociera a Venezia - con il Governo in carica e, in particolare, il ministro Toninelli. Va però ricordato che Musolino sui rischi e opportunità della nuova "Via della Seta" sponsorizzata dalla Cina ha sempre avuto un approccio cauto, ribadendo la «necessità di negoziare con la Cina in modo coordinato con l'Unione Europea in modo tale che la strategia della cosiddetta Belt and Road Initiative porti a ricadute economiche e occupazionali benefiche anche sul nostro territorio e non sia solo espressione degli interessi cinesi». L'Autorità di Sistema Portuale di Venezia e Chioggia, del resto, ha sempre detto di puntare al «negoziato con i player cinesi» su servizi portuali capaci di portare ad un effettivo aumento dei traffici marittimi che, a tutt'oggi si limitano, per quanto riguarda il porto lagunare, un servizio navale settimanale con la compagnia di stato cinese, Cosco. Il porto di Venezia e Chioggia vorrebbe, naturalmente, molto di più dai cinesi, per esempio che avanzassero - cosa che fino ad ora non hanno fatto concretamente - una manifestazione di interesse reale per il nuovo terminal del porto veneziano nell'area Montesyndial, come pure si aspetterebbe un progetto vero e proprio per il ventilato porto «mini off shore Voops» (nella cosiddetta "Lunata "della bocca di porto di Malamocco") dopo l'accantonamento definitivo del progetto del grande porto off-shore (a ben 15 chilometri a largo di Malamocco) tanto voluto dall'ex presidente Paolo Costa. Il silenzio del presidente Pino Musolino, è stato ieri compensato dalle dichiarazioni del presidente dell'Autorità di Sistema Portuale di Trieste e Monfalcone, Zeno D'Agostino, che ha detto senza peli sulla lingua che «dice il falso chi afferma impunemente che stiamo svendendo l'Italia o il porto di Trieste ai cinesi». «È vero che si sta discutendo di un accordo fra Italia e Cina sulla Via della Seta» ha dichiarato D'Agostino «ma non so cosa ci sia scritto in quell'accordo. Mi pare che tutti stiano commentando ma nessuno ne conosce i contenuti. Sarebbe allora il caso di fare chiarezza su quanto c'è scritto o almeno su quanto non c'è scritto nel memorandum». D'Agostino ha precisato che l'esempio del porto del Pireo, venduto dalla Grecia durante la recente gravissima crisi finanziaria «non si ripeterà in nessun porto italiano». «Per Trieste non vedo particolari problemi» ha aggiunto D'Agostino «le operazioni di cui si sta discutendo sono puro business non legato per forza alla Via della Seta. Ad ogni modo Trieste non ha bisogno dei cinesi per fare qualcosa: siamo appetiti e, se non andasse in porto l'operazione, avremo altri operatori già pronti a investire. Se Trieste è entrata nella mente del presidente Trump qualcosa vorrà dire». Dal canto suo, la deputata del Pd, Debora Serracchiani, ex governatrice del Friuli Venezia Giulia, ha detto in modo chiaro che «non è il porto di Trieste il cavallo di Troia di cui i cinesi hanno bisogno per entrare in Italia, esercitare la loro influenza sul nostro Paese e da qui aprirsi la strada in Europa. Quello che deve essere più chiaro è l'indirizzo politico strategico del Governo italiano, all'interno del quale Trieste è un tassello importante e molto peculiare ma non certo l'unico». «Il problema non sono gli investimenti cinesi a Trieste e in Italia» ha aggiunto la Serracchiani tirando una frecciata al Governo di Conte, Salvini e Di Maio «ma la cornice entro cui il Governo intende gestire la partita dei rapporti economici internazionali senza uscire da un perimetro di sicurezza, che è quello tracciato dalle regole e dagli standard dell'Unione europea e dal sistema delle alleanze di cui l'Italia fa parte». - BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI