Il tesoretto Gregorj in mostra a Venezia

Il Liberty? Diciamo che c'è ma non è padrone della situazione come potrebbe sembrare. C'è invece molta arte del modellato moderno, ben oltre i canoni ma anche ben oltre la linea di demarcazione tra artigianato e arte. C'è molto del più "potente" Arturo Martini, tra scultura e design, da far tremare i polsi ai critici che lo hanno raccontato, alla galleria Melori&Rosenberg in campo del Ghetto Novo (Cannaregio) di Venezia per la mostra "C'era una volta una fornace" voluta da Beatrice Gregorj, discendente della famiglia proprietaria della fornace Guerra-Gregorj di Sant'Antonino di Treviso, e curata dall'architetto Beatrice Ciruzzi (chiude il 12 settembre). Le opere costituiscono il tesoretto della famiglia Gregorj, custodito dall'Incredibile Luisa, ultima testimone dell'epopea della "fornace degli artisti", e sono state letteralmente "strappate" al caveau privato nel quale erano visibili a pochi e scelti occhi. In parte di tratta di piastrelle istoriate nel gusto dei primi del 900, con firme "alte" e "altissime" quali Arturo Martini, Gino Rossi, Alberto Martini, Pietro Murani, Cesare Laurenti (solo riprodotto in quanto alcune opere erano diventate decorazione di fabbricati e interni privati ora ammalorati o non più esistenti) che valsero premi internazionali (i diplomi esposti alla M&R ne sono testimoni) a questa "officina artistica" abbinata a un forno industriale che produceva mattoni, coppi e camini. Aveva una doppia vita la fornace Guerra Gregorj, un po' come certe madame del 7-800 che diventarono famose per i loro salotti letterari ma non solo. E la bellissima fornace G&G di Sant'Antonino, diciamolo, si sta giocando le ultime carte prima che un processo di sfacelo ne prenda possesso e ne cancelli anche la memoria. Per questo l'assessore alla cultura di Treviso, Lavinia Colonna Preti, l'ha presa a cuore e potrebbe, dopo aver portato la mostra veneziana a Treviso (sarebbe bello vederla a Ca' Da Noal), farla candidare al premio annuale che il Fai mette a disposizione. Magari se ne ricaverebbe solo la spesa per la nuova copertura per la bellissima Mattonaia, ma sarebbe l'inizio di un processo di salvazione e restituzione a usi civici e culturali. Ma torniamo alla mostra, che val la pena di essere vista nonostante lo spazio non consenta ariose collocazioni delle opere (brava Ciruzzi a combinare esposizione ed esponibile): segnaliamo alcune terraglie smaltate (le "rosse") del miglior periodo di Arturo Martini, ma anche un paio di mascheroni che, più che "fermacarte" come vengono definiti in catalogo, potrebbero essere elementi per l'ingresso di casa borghese. Sulla stessa scia sono fantastiche opere d'arte dello stesso autore anche un vaso triangolare, una vaschetta e un vaso triangolare con vernice bronzea e un emozionante Icaro Caduto che è puro design artistico. A cavallo tra il liberty e l'etrusco, sono anche la Dama con levriero, la Bimba con piccione, la Dama con chitarra, Il Fungo o la Fata del bosco (terraglie e gessi) e la sognante Lettura. Uscendo da Martini, mirabile la ricostruzione del piastrellato liberty dell'ex Caffè Fabio (poi Sip al bivio di via XX Settembre a Treviso), di cui ormai resta solo una testimonianza esterna, le piastrelle e formelle del Muran, il quadro ceramico La Visita di Gino Rossi, che stupisce anche con "vedute veneziane" e altri soggetti di grande freschezza. Un excursus nell'arte veneta e italiana del 900, che tanto deve ancora alla scuola della ceramica di Faenza e allo sguardo lungimirante dei titolari della Guerra-Gregorj. --Antonio Frigo