Nella fabbrica dove il tempo si è fermato

di Valentina Calzavara wMONTEBELLUNA La grande canora di mattoni rossi si staglia verso il cielo. Dal suo camino non esce più il tradizionale fumo. Silenzioso, resta in attesa che qualcuno si accorga della sua esistenza. Tutto attorno il tempo sembra essersi fermato tra insegne arrugginite, macchinari impolverati e capannoni divenuti rifugio per il freddo e per i piccioni. Malinconia e fascino si fondono negli scatti in bianco e nero dedicati all'ex filatura e ritorcitura Monti di Montebelluna, raccolti dall'associazione culturale «I luoghi dell'abbandono». Una realtà nata da un'idea di Devis Vezzaro, che vede sull'omonima pagina Facebook oltre 100 mila visualizzazioni a settimana, migliaia di like e almeno 50 segnalazioni al giorno di luoghi dimenticati da riscoprire. Una di queste, arrivata poche settimane, consiste in un documentario fotografico che testimonia lo stato in cui versa la fabbrica montebellunese, dove si costruiva il tessuto, stretta tra via Risorgimento e la ferrovia. Simbolo di una tradizione imprenditoriale che non tornerà più. Strati di polvere e memoria caratterizzano ogni scatto: la patina del tempo ha avvolto telai, cataste di rocchetti e macchine per la cardatura. «Un luogo che non viene ricordato non ha memoria. Noi cerchiamo di stimolare la curiosità e l'attenzione per fare sì che dei posti straordinari vengano recuperati» spiega Vezzaro, 40 anni, fotografo vicentino di professione che ha trasformato la passione per i siti in decadenza nella sua principale attività. Nel caso dell'ex filatura Monti, la storia va letta andando ritroso. Tutto iniziò nel 1934, con l'acquisto della fabbrica per coprire l'intero ciclo di lavorazione del cotone. Una parentesi felice prima della Seconda Guerra Mondiale. Crescita economica e amor di patria, come riportava il motto di Gabriele D'Annunzio: «Anche con l'opera quotidiana minuta si fa grande la Patria» scelto dai proprietari. Poco dopo, la conversione ai filati in fibra sintetica. Trama e ordito del successo produttivo sono oggi un testamento in attesa di erede. «Questi "ex" luoghi sprigionano un fascino particolare. Conoscerli significa contribuire a mettere in luce quello che sono stati, denunciandone il degrado e la decadenza» aggiunge Vezzaro. La sua associazione raccoglie testimonianze e fa ricerca sulle location divenute relitti. Allo stesso tempo ne promuove la conoscenza attraverso gruppi di esplorazione, che rappresentano la parte legale degli "urbex", i team di urban exploration che entrano in aree dismesse di nascosto e senza autorizzazioni, forzando sbarre e lucchetti se necessario. «Il nostro gruppo osserva tre regole: non fare danni, non portare via niente e non creare problemi agli altri componenti» sottolinea il responsabile. Con questa modalità sono state organizzate più di 250 escursioni in stabilimenti abbandonati del Nord Italia. Una piccola folla di appassionati del genere partecipa imbracciando una macchina fotografica. Tra le varie esperienze proposte ci sono le visite a Modena nell'ex sede De Tomaso e alle vecchie Fonderie. Oppure al villino Cerato del Palladio, in un misto di sorpresa per la sua bellezza e di rabbia per lo stato di degrado in cui versa. Domani il gruppo de «I Luoghi dell'abbandono» farà tappa a Volterra per visitare l'ex manicomio cittadino. Ci si perderà tra i padiglioni Charcot, Ferri, Maragliano e lo spazio adibito a reparto neurologico: «I partecipanti possono vedere e scattare delle fotografie. La curiosità è un ingrediente tangibile di ciascuna esperienza» ricorda Vezzaro. Di aneddoti ce ne sarebbero tanti. Come quella volta che al tour alla Lanerossi di Vicenza si è presentata una signora ottantenne per rivedere l'azienda in cui aveva lavorato da giovane. O quella volta che una ragazza ha percorso centocinquanta chilometri per vedere il posto in cui la nonna aveva fatto la tessitrice. Ogni viaggio è una scoperta. ©RIPRODUZIONE RISERVATA