«Categorie e sindaci? Non sanno di cosa parlano»

«Benvenuta e benemerita la corale, civile opposizione, che senza riserve condivido, e ho sottoscritto, alla subordinazione del restauro di Santa Caterina all'allestimento dell'ennesimo carrozzone che un pifferaio, al cui cospetto il Magico di Hamelin sparisce, sta abborracciando, ieri d'accordo con Detroit oggi non si sa bene con chi». Dopo gli strali dello storico dell'arte Nico Stringa prende la parola Lionello Puppi (in foto), professore emerito di Metodologia della Storia dell'arte a Ca' Foscari, tra i primi a parteggiare per il Comitato Santa Caterina Bene Comune - appoggiato anche da 5 consiglieri della maggioranza - che vuole lo spostamento della mostra a Ca' dei Carraresi per non «stravolgere» Santa Caterina con i lavori di allestimento. Puppi è tra i nomi più autorevoli del fronte contrario anche alla stessa filosofia che guida Goldin nelle sue mostre. Un fronte formato anche da Guglielmo e Natalina Botter, e che ha trovato sponda in Eugenio Manzato, ex direttore dei musei civici della città. Puppi attacca parlando di «consegna di un delicatissimo spazio pubblico, Santa Caterina, a una occupazione privata che - resa abusiva dall'assenza di un progetto circostanziato e solido né sostituibile da litanie di intenzioni generiche, o men che mai improvvisabile da un giorno all'altro da parte di chi studioso presente nella letteratura scientifica non è - ne snaturerebbe la vocazione in cambio del miracolo economico inebriante che vien demandato al solito Uomo della Provvidenza cui questo disgraziato Paese ama affidarsi. Nella fattispecie», insiste Puppi, «neppure domandandosi quale specchietto per le allodole tenga nella bisaccia il Pifferaio, che asso nella manica il Prestidigitatore, ora che Detroit non ha più bisogno di affittare qualche perla del suo patrimonio». Puppi se la prende anche con categorie economiche, Cgil e sindaci pro-Goldin: secondo lui non sanno di cosa parlano, non capiscono i danni che a suo dire farebbe Goldin, vedono nella sua mostra solo «un ineffabile gesto taumaturgico capace di rifondare le "magnifiche sorti e progressive" di una Grande Treviso rilanciata solo in termini economici e occupazionali», e quindi a spregio dell'arte.