La riforma elettorale tra veleni e invettive Oggi il voto dell'aula

È stata rinviata a oggi la discussione sull'approvazione della legge sulla doppia preferenza, presentata ieri pomeriggio a Palazzo Ferro Fini. È da mesi che molte donne chiedono una legge elettorale che introduca la parità di genere e che è già attiva in regioni come Campania, Toscana ed Emilia Romagna. Per questo ieri pomeriggio una delegazione di una decina di donne ha presenziato per tutto il giorno in attesa di una risposta, portando dei cartelloni con scritto «50 e 50. Se non è paritaria non è democrazia», «Doppia Preferenza» e «Se crescono le donne, cresce il Paese». Oggi alle 10.30 si riprende la discussione. Intanto Alessandra Moretti, candidata governatrice del centrosinistra, fa sapere di aver chiesto al presidente del Consiglio Matteo Renzi di fissare la data delle elezioni Regionali e Amministrative in un giorno alternativo al 17 maggio: coincide con l'Adunata Nazionale degli Alpini (nella foto) a L'Aquila, nell'anno in cui ricorre il centenario dell'entrata in guerra dell'Italia. «Ho proposto la data del 24 maggio; gli Alpini potrebbero così esercitare il diritto di voto senza dover rinunciare all'adunata. Che rappresenta un evento imperdibile per le Penne nere». di Filippo Tosatto wVENEZIA Non è bastata la seduta pomeridiana per riformare la legge elettorale del Veneto. Oggi la discussione riprenderà in un clima confuso e nervoso, scandito dalle divisioni nel centrodestra e dalla malcelata irritazione del Consiglio nei confronti dei giornalisti. Un confronto aperto dal relatore di maggioranza Costantino Toniolo (Ncd) che ha riassunto la proposta emersa in commissione: limitare a due i mandati ma a partire dalla prossima legislatura (scadenza 2025); introdurre la doppia preferenza di genere per favorire la presenza femminile; correggere tecnicamente la normativa (è un'istanza del ministero dell'Interno) per far sì che il colore politico del governatore vincitore e quello della maggioranza consiliare coincidano. Svariati gli emendamenti, a cominciare dal più esplosivo, quello del capogruppo di Forza Italia Leonardo Padrin, tenace nel chiedere che il calcolo del doppio mandato abbia inizio dalla legislatura in corso, un'ipotesi che a maggio renderebbe incandidabile quasi la metà (27) degli uscenti. Una prospettiva respinta da Pietrangelo Pettenò (Sinistra) che ha ricordato come tra tutte le Regioni soltanto il Friuli-Venezia Giulia abbia previsto un "tetto" - 3 mandati, in vigore dal 2017 - mentre non esista alcun limite per i parlamentari e i consiglieri comunali: «A costo di essere impopolare, io sfido la demagogia di certa stampa che, sollecitata dai poteri forti, vorrebbe sostituire i mandarini nominati agli eletti dal popolo. Candidarsi è un diritto costituzionale e questa è un brutta pagina del Consiglio». Possibilista, invece, Diego Bottacin (Misto) che ha suggerito di integrare la riforma con l'introduzione del ballottaggio per rafforzare la legittimità del governatore, mentre Raffaele Grazia (Futuro Popolare), si è scagliato contro i «pennaioli ignoranti e denigratori che infiammano il popolo in spregio alle regole di civiltà» e ha proposto l'incandidabilità dei giornalisti, «cittadini più uguali degli altri perché dotati di maggiore visibilità», concludendo che «nessuna legge regionale potrà limitare un diritto democratico». Sul fronte del Pd, Piero Ruzzante ha annunciato il sì all'emendamento Padrin, pur con qualche dubbio di costituzionalità, insistendo sul valore della preferenza di genere: «Spero che nessuno abbia voglia di scherzare su questo argomento, sarebbe uno schiaffo a tutte le donne, comprese quelle di maggioranza che sostengono il cambiamento». Toni polemici da Stefano Valdegamberi (Futuro Popolare) verso «stampa e lobby che parlano alla pancia della gente» mentre Piergiorgio Cortelazzo, capogruppo di FI-Pdl, ha confermato il sostegno alla proposta prevalsa in commissione - «La retroattività sarebbe facilmente impugnabile, con rischi di annullamento delle elezioni e caos amministrativo» - criticando l'atteggiamento del Pd: «Eravate dello stesso avviso, poi per paura che Renzi vi cacci, avete cambiato idea». Un atteggiamento sostanzialmente condiviso dalla Lega, per voce dello speaker Federico Caner. Favorevole al blocco immediato dei mandati, invece, Antonino Pipitone dell'Idv. A complicare la ricerca di un accordo, gli emendamenti. Non tanto quello del leghista Matteo Toscani, favorevole a istituire un collegio elettorale ladino, quando la proposta di Francesco Piccolo (il successore di Renato Chisso, in origine forzista, ora esponente della Fondazione di Flavio Tosi) che ipotizza un doppio turno. La circostanza, accompagnata al crescente nervosismo, ha spinto Caner a chiedere una sospensione dei lavori, bocciata però dall'assemblea. Si è riunita invece la commissione Affari istituzionali, che ha dichiarato ammissibili al voto tutti gli emendamenti, confermando le divergenze esistenti tra i gruppi, concordi soltanto sulla necessità di modificare il numero di candidati consentiti alle province: attualmente Belluno e Rovigo ne contano 2, il che li espone al rischio di mancata rappresentanza in caso d'imprevisti 8la legge attuale non ammette "ripescaggi" in loco), mentre le altre province venete ne contano 9; la formulazione approvata prevede che le candidature dei collegi bellunese e polesano spazino da un minimo di 1 ad un massimo di 4, per tutti gli altri il ventaglio si estenderà da 3 a 18. Oggi l'ultima parola del Consiglio: per approvare i nuovi articoli occorre la maggioranza assoluta (31 voti, almeno) e l'asse che si profila tra Lega, Ncd e forzisti "neri" non autorizza all'ottimismo il progetto padriniano.