Padrin: non mi ricandido, darò battaglia

di Filippo Tosatto wVENEZIA Lascia e raddoppia, Leonardo Padrin. Il capogruppo di Forza Italia annuncia che non si ricandiderà alle elezioni regionali di primavera ma promette battaglia: sul fronte della riforma elettorale (oggi al voto dell'assemblea veneta) che lo vede fautore del limite «immediato» a due mandati che sul versante del rinnovamento nell'esausto partito azzurro. Addio al Ferro-Fini dopo tre legislature. E c'è chi commenta: nella prossima legislatura la vecchia volpe Padrin vuol fare l'assessore esterno. «Rispondo, anzitutto, che il mio passo indietro è coerente alla discontinuità nella rappresentanza politica che ritengo indispensabile per uscire dalla crisi di credibilità delle istituzioni. I detrattori sostenevano che il mio progetto di riforma era strumentale alla campagna elettorale: eccoli serviti. La verità è che auspico un ampio ricambio, in tutti gli schieramenti. Assessore esterno? Se davvero la rinuncia è la strada per ottenerlo, perché i colleghi non imitano il mio esempio?». La commissione Affari istituzionali ha ritenuto incostituzionale la retroattività dei due mandati, decidendo di calcolarli a partire dalla prossima legislatura. In proposito, lei ha cambiato idea? «Assolutamente no. Anzi, ho esibito il parere giuridico dell'avvocato Giorgio Trovato, e del professor Vittorio Domenichelli, concordi sul fatto che la mia proposta non è retroattiva ma destinata a funzionare per il futuro; di più: i giuristi precisano che la Costituzione prevede la non retroattività solo per le norme che introducono sanzioni e non è questo il caso. D'altronde, lo suggerisce il buon senso: se un atto è illegittimo oggi, perché dovrebbe diventare lecito nel 2025? La verità è che si vuole riformare la legge a spese dei posteri, senza rinunciare a nulla e trincerandosi dietro l'opinione di un funzionario. Mi sembra un'ipocrisia inaccettabile: chi vuole farlo abbia almeno il coraggio di dirlo in aula». Si aspettava questo muro di ostilità? L'epiteto più gentile che gli avversari le riservano è populista. «Beh, immaginavo delle resistenze, mi ha sorpreso il blocco trasversale di maggioranza e opposizione, compatte nel dire no ad una scelta concreta di cambiamento». Parliamo della crisi forzista. Ieri sera, davanti a quattrocento persone, lei ne ha dicusso con lo stato maggiore del partito veneto. La sua diagnosi, anzitutto... «Forza Italia è visibilmente in debito d'ossigeno. Per ragioni nazionali, legate alla inagibilità politica di Silvio Berlusconi; e per circostanze locali, leggi inchiesta Mose che ha colpito anche il Pd ma è stato avvertito soprattutto come uno scandalo riguardante il nostro partito. Per non parlare dello scisma di Ncd e della divisione del nostro schieramento in due gruppi. Detto ciò, è evidente che c'è bisogno di una svolta, ideale e organizzativa, e di figure nuove, che ponga fine a questa condizione di subalternità nei confronti della Lega: lo so che in Veneto ha più consensi di noi ma ciò non significa abdicare alle nostre idee». Ce l'ha con Luca Zaia? «No, io sono un alleato leale, però mantengo la schiena dritta. Dovremo farlo sempre e dovunque, anche nella Padova del sindaco Bitonci». Che voto assegna al coordinatore regionale di FI, Marco Marin? «Mettiamola così (prima di rispondere si liscia la barba mandarina, ndr) ora Marin può aprire una fase nuova proponendo i nostri programmi e i nostri valori in alternativa a chi raccoglie consensi cavalcando le paure».