La pasta e le stelle: mille vie dell'impresa

di Fabio Poloni wTREVISO C'è chi va nello spazio e chi stende la pasta a mano a forma di animaletti. Per domare la crisi non c'è un comandamento, una ricetta: ciascun imprenditore trova la propria strada. La tavola rotonda, cuore del convegno di presentazione di Top500, è una galleria di esperienze, racconti, spunti. «Le nostre resistenze elettriche sono persino nella navetta spaziale di Samantha Cristoforetti», racconta Federico Zoppas, erede di una dinastia di imprenditori che ha segnato la storia industriale della Marca. «La nostra astronauta si è portata una macchinetta per il caffè che monta resistenze prodotte da noi». Una curiosità, certo, ma che spiega la capacità del gruppo Zoppas Industries di stare al passo con i tempi: nello spazio ci vanno davvero, e non solo dentro una macchinetta per il caffè. «Siamo certificati Esa (l'agenzia spaziale europea, ndr) e abbiamo fornito la componentistica per circa duecento satelliti che ruotano intorno alla Terra». Una storia di innovazione lunga cent'anni: «Mio nonno, stufo di essere schiavo di un fornitore di resistenze austriaco quando produceva elettrodomestici», racconta Zoppas, «ha fatto studiare l'inglese a un suo dipendente e lo ha mandato in America a imparare la tecnologia».Da lì il boom, che ha portato ad aprire stabilimenti in Romania, poi in Messico, infine in Cina. «Produciamo quattro milioni di pezzi al giorno, stirati con le mani. Ogni Bibanese è un pezzo unico, io stesso mi diverto a dargli forma, a creare animali. Poi si possono anche "animare": l'ho fatto fare a un disegnatore». Giuseppe da Re (Da Re Spa, produttore dei Bibanesi) il suo prodotto se lo "coccola". Il settore alimentare è uno dei più sensibili al concetto di qualità, e Da Re ci tiene però a coniugarlo pure con tecnologia e senso estetico. «La tecnologia non deve licenziare l'uomo, deve permettergli di lavorare meglio. E aumentare la qualità del prodotto: questa è innovazione». Il percorso di crescita della Arper Spa di Monastier (sedie e sedute di design) è un caso di scuola. «Da terzisti non ci sentivamo a nostro agio, per questo abbiamo deciso di evolvere», dice Claudio Feltrin, vicepresidente e amministratore delegato dell'azienda fondata dal padre Luigi, «prima abbiamo mantenuto un doppio binario, continuando da terzisti ma iniziando a produrre in proprio, poi abbiamo lavorato solo con il marchio nostro». Una crescita esponenziale e molto export oriented: «Oggi esportiamo il 96%, e produciamo tutto qui nella provincia di Treviso o nel Triveneto, a "chilometri zero". Ci siamo evoluti anche come struttura organizzativa, abbiamo abbandonato il modello solo familiare e abbiamo managerializzato, delegato nel vero senso della parola. È difficile da fare, difficile mentalmente, quando sei abituato a fare tutto in casa, da solo». Un salto qualitativo anche in termini produttivi: «Prima solo casa, poi anche contract, mercato poco presidiato», spiega Feltrin, «Abbiamo individuato una filiera in grande espansione, e siamo passati dal moderno al design, puntando all'eccellenza. Nel 2000 fatturavamo cinque milioni di euro, quest'anno tocchiamo i 55». «L'Italia ha mille problemi, ma duemila opportunità». Paolo Menuzzo (Came) professa ottimismo. La sua azienda (automatismi per cancelli) ha agganciato pure l'Expo, del quale sarà fornitore. «Abbiamo vinto il bando di concorso, e c'erano competitors "robusti" tipo Siemens. Hanno riconosciuto la nostra tecnologia. Se volete sentir parlar bene dell'Italia basta andare all'estero, soprattutto fuori dall'Europa: per loro siamo geni, e bravi a adattarci. È importante far conoscere il prodotto e mostrare la sua utilità, "farlo" non basta». Altra "favola" imprenditoriale quella della Progest di Bruno Zago: partita nel 1973 da un piccolo scatolificio, oggi è un colosso delle cartiere. «Ma si fa innovazione anche da noi, perché se le nostre scatole non reggono il peso, i Bibanesi di Da Re tornano farina», scherza con il collega. ©RIPRODUZIONE RISERVATA