«Articolo 18 ai neoassunti dopo tre anni»

di Gabriele Rizzardi wROMA La minoranza Pd, con una mossa a tenaglia che si sviluppa tra Camera e Senato, mette sul tavolo 7 emendamenti al jobs act firmati da 35 senatori e lancia un preciso avvertimento a Renzi: senza modifiche alla delega sul lavoro, sarà chiesto agli iscritti di esprimersi con un referendum. Nell' attesa della Direzione del partito, che si riunirà lunedì prossimo, le varie anime del Pd chiedono a Matteo Renzi un incontro per discutere le linee di un documento unitario sul lavoro. L'emendamento potenzialmente più esplosivo, che introduce una sorta di "limite" alla validità del nuovo contratto, prevede la piena tutela dell'articolo 18 per tutti i neoassunti dopo i primi tre anni di contratto a tutele crescenti. La temperatura, insomma, non si abbassa. E per la maggioranza si prospetta una corsa a ostacoli ad alto rischio. Al governo basterebbe che la metà dei senatori dissidenti dicesse no alla delega sul lavoro per andare sotto. Rendendo così necessario il soccorso di Forza Italia. Uno scenario che non piace al premier e ancora meno alla minoranza interna, che non vuole sentir parlare di maggioranze variabili. Dei 700 emendamenti presentati finora (450 da Sel), i 7 messi sul tavolo ieri dalla minoranza del Pd hanno riscosso un tale consenso da poter mettere in seria difficoltà la maggioranza a Palazzo Madama. Tra i firmatari ci sono i bersaniani ma anche senatori vicini a Pippo Civati e pure i dissidenti della riforma del Senato come Chiti, Mineo, Tocci e Mucchetti. Il numero dei firmatari va da un minimo di 28 a un massimo di 38: quanto basta per far tremare Renzi. Ma c'è anche un certo numero di pontieri, almeno 25 senatori Pd (Giovani Turchi, Area Dem e renziani) che lavora ad una ipotesi di mediazione e che ieri ha presentato 3 emendamenti (il più importante è quello che mira a stabilire la prevalenza del contratto indeterminato). Quanto al braccio di ferro, la vicesegretaria del Pd, Debora Serracchiani, ricorda che il Pd non accetta veti da nessuno: «La posizione del partito è decisa dalla Direzione. Nel metodo, la "ditta" ha le sue regole che funzionano allo stesso modo, indipendentemente da chi è in maggioranza: quando eravamo minoranza, le abbiamo accettate. Siamo certi che adesso la minoranza farà altrettanto per il bene del Paese...». E il ministro dell'Economia, Pier Carlo Padoan, è ancora più tagliente: «Mi viene una sola parola per definire il dibattito sull'articolo 18: paradossale...». Si arriverà allo scontro frontale nel Pd? I toni che usa Renzi non piacciono neanche un po' a Pier Luigi Bersani. «Renzi ha preso il 40%? Con il mio 25% Renzi sta governando. Io non ci sono al governo, mi va bene, non chiedo riconoscenza ma rispetto. E se c'è qualcuno che immagina di fare del Pd il partito unico di destra e sinistra, se lo togliesse dalla testa» sbotta Bersani, che comunque non intende arrivare al muro contro muro. «Ci sarà una discussione, il mio tentativo è quello di trovare una soluzione. Renzi è un protagonista vero che ha tra le sue caratteristiche quella di non chiedere consiglio. Ma noi siamo della vecchia guardia e qualche consiglio possiamo pure darlo...». Sull'articolo 18 ci sarà un compromesso? Intervenendo all'assemblea dei senatori Pd, il ministro del Lavoro, Poletti, ha detto che il testo «non è blindato» ma il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, ha subito aggiunto che «l'ultima parola la dirà la Direzione». Quel che è certo è che gli esponenti della minoranza non mollano. «Chiediamo che ci sia un documento unitario che tenga conto di queste proposte di modifica. Se non ci sarà disponibilità all'ascolto, sullo sfondo resta sempre la possibilità di consultare la nostra base» taglia corto Alfredo D'Attorre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA