EPPURE L'EUROPA PUÒ FARCELA

Invece l'incidente statistico è stato, evidentemente, quell'unico trimestre positivo, registrato a fine 2013 (+0,1%), dall'inizio della recessione. L'Italia patisce di "mal di crescita" fin dagli anni ‘90: il suo peso specifico nel Pil mondiale e all'interno dell'eurozona si riduce regolarmente, è un paese in oggettivo declino. Il fatto che le difficoltà di crescita siano arrivate a colpire anche altri paesi, in particolare la Germania, fa gioire qualcuno. Ma è chiaro che c'è ben poco da gioire della debolezza di chi ci sta vicino, se non - al massimo - per sperare che la diffusione di una bassa crescita funga da elemento decisivo per far passare all'azione la Bce. Finora gli interventi della Banca Centrale hanno saputo fare molto per le banche e la finanza, il calo degli spread la dice lunga a riguardo, ma ben poco ha saputo fare per la ripresa del ciclo economico, tuttavia un quadro sano sul fronte dei mercati è un prerequisito fondamentale per la ripresa del ciclo dei profitti e per l'occupazione. Il governo Monti ed il governo Letta, pur basandosi su un ampio - ancorché disomogeneo - supporto parlamentare, hanno preferito sfruttare la loro forza dettata dal clima d'urgenza per intervenire sul bilancio anziché riformare le istituzioni e quando poi, rattoppata la parte economica, si sono approcciati a leggi elettorali o interessi politici, sono stati macellati (o rottamati). L'attuale governo ha preso un'altra strada: l'ampio consenso popolare registrato alle europee gli permette di imporsi con forza nella aule parlamentari, e la scelta di avviare innanzitutto riforme istituzionali appare dolorosamente sensata. Certo, nel frattempo l'economia soffre e avrebbe bisogno di azioni di rilancio più incisive di un bonus da 80 euro, ma senza un impianto strutturale di riforme istituzionali ogni piano di rilancio sarebbe in balìa del barometro politico e dell'alternarsi dei governi. La speranza ora è che nel completare la fase di riforma delle istituzioni, il governo non perda il consenso popolare come effetto del protrarsi della crisi. Molto di ciò che è stato promesso si fondava sui pilastri di una crescita che non c'è e di un taglio della spesa pubblica che finora è stato quantomeno timido. Se le promesse venissero ritrattate o per finanziarle si dovesse ricorrere a manovre e/o nuove forme di prelievo, il governo potrebbe non avere più la capacità di imporsi in Aula. Nell'estate del 2011 le indicazioni della Banca Centrale all'Italia vennero recapitate con una lettera che fece scalpore. Oggi, con più discrezione, le indicazioni sono state date a voce: Mario Draghi ha chiesto a Matteo Renzi segnali decisi sull'economia fin da settembre. In autunno il governo dovrà occuparsi di riforma del lavoro, giustizia, fisco, la mole di riforme da varare è ingente, occorrerebbe un contesto più disteso possibile. Possiamo confidare su un dato: le questioni geopolitiche con la Russia hanno contribuito al peggioramento dei dati macroeconomici europei, d'altra parte Russia ed Ucraina valgono l'8% delle esportazioni totali dell'UE verso Paesi extra-UE. Non è poco, non può essere ignorato, ma il restante 92% delle esportazioni europee è indirizzato verso Usa e resto del mondo, che stanno riaccelerando; il rallentamento europeo potrebbe essere quindi solo temporaneo, e con esso anche la recessione italiana potrebbe avere i giorni contati. Andrea Boda ©RIPRODUZIONE RISERVATA