Il viaggio della morte «Uccisi a coltellate e gettati in mare»

MESSINA Una carneficina, una mattanza umana che ha tinto di rosso un tratto del canale di Sicilia. Un susseguirsi di terrore, orrore, omicidi, annegamenti, grida, pianti, bimbi che cadevano in alto mare e sparivano negli abissi. Il viaggio sul barcone della morte del 19 luglio scorso è stato raccontato da decine dei 561 profughi giunti a Messina sulla petroliera danese "Torm Lotte" dopo un salvataggio drammatico nel Canale di Sicilia durante il quale altre persone sono scomparse tra i flutti. Un calcolo approssimativo parla di almeno 141 morti, ma la cifra è per difetto. Dopo i racconti dei testimoni che erano sul barcone finito poi a Malta con 29 cadaveri nella stiva la Squadra mobile messinese ha arrestato Mhamed Morad Al Fallah, 21 anni, di Damasco, Youssef Dahman, 21 anni, di Fes (Marocco), Abdrzakc Asbaoui Asbaoui, nato a Bnimlal (Marocco), 25 anni, Saddam Abuhddayed , nato a Khanyounis (Palestina), 25 anni, Jamal Rajeb, 32 anni, nato in Arabia Saudita accusati di omicidio plurimo. Tre di loro hanno cercato di scappare: avevano il biglietto del pullman per Milano in tasca. Sarebbero questi cinque uomini gli assassini che hanno cominciato ad accoltellare, bastonare e gettare in acqua i loro compagni di viaggio per paura - dicono alcuni testimoni - che l'imbarcazione si capovolgesse dopo il caos sorto a seguito di dissidi tra arabi e africani perché quest'ultimi viaggiavano nella stiva e volevano uscire fuori. Inoltre sul ponte si sarebbero contrapposte due fazioni tra le persone che volevano tornare indietro viste le precarie condizioni del barcone e quelle che, invece, volevano proseguire il viaggio. Gli scafisti, che nulla hanno fatto per fermare la mattanza, erano stati fermati lunedì dalla polizia: tre tunisini Hicham Rjab, 37 anni, Mohammed Zahi, 37 anni e Karouf Aref, 30 anni. L'imbarcazione secondo le testimonianze riferite dal dirigente della mobile di Messina, Giuseppe Anzalone, sarebbe partito con circa 700 migranti a bordo. I dispersi, caduti in acqua e affogati, sarebbero una cinquantina, altri 60 sarebbero stati accoltellati e gettati a mare, 29 sono i cadaveri trovati nella stiva oltre a una donna morta durante i soccorsi e al bimbo di due anni giunto cadavere nel porto della città dello Stretto. «Il barcone era strapieno - dice Anzalone -. Le persone di nazionalità araba avevano pagato di più, da 1.000 a 2.000 dollari, ed erano sul ponte mentre gli africani che erano nella stiva avevano pagato da 250 a 500 dollari». Gli investigatori dicono che «le testimonianze concordano sulle modalità con cui decine di profughi sono state ammassati all'interno della stiva del barcone e chiuse dentro. È stata tolta la scala interna e chiusa la porta dall'esterno eliminando così l'unica presa d'aria alla stiva. In pochi minuti il calore è diventato insopportabile e l'aria irrespirabile a causa dei gas di scarico del motore. La disperazione ha spinto quindi i prigionieri a forzare la porta e salire in coperta». I testimoni hanno detto che gli assassini «sceglievano a caso le vittime, che erano già in coperta o che venivano fuori dalla stiva, uomini o donne che fossero, uccidendole e gettando i corpi in mare». A Palermo ieri è arrivata la petroliera "Genmaar Compatriot" con i 61 migranti e i 5 cadaveri recuperati dalle operazioni di soccorso di un gommone semi affondato. I profughi saranno ospitati nei centri Caritas.