CONTRARI A CHI DICE SOLO DEI "NO"

di DINO AMENDUNI "Pace nel mondo: c'è il no dei sindacati". È il titolo della notizia satirica pubblicata domenica sulla pagina Facebook di Lercio, seguitissimo (oltre 130mila "mi piace" alla pagina, migliaia di like e condivisioni per ogni contenuto postato) sito che da qualche mese prende di mira il sensazionalismo e il conformismo dell'informazione giornalistica, a partire dai titoli delle loro notizie. In questo caso, però, il titolo sottolinea un altro tipo di appiattimento, non necessariamente fedele alla realtà, ma oramai entrato nella carne, nel sangue e nelle ossa dell'opinione pubblica italiana: i corpi intermedi dicono sempre di no. E gli italiani non ne possono più di questo atteggiamento. Incrociando la satira con l'analisi, in particolare con le tabelle rese note da Demos (Ilvo Diamanti) e pubblicate su Repubblica, emerge con chiarezza il quadro politico dell'Italia del presente e del futuro prossimo, ed emerge proprio un forte "no" a chi dice "no". In primo luogo i dati dicono che l'autocollocazione politica sinistra-destra (27%) spiega il comportamento di voto in misura meno rilevante rispetto all'attribuzione di fiducia e competenza nei confronti dei leader (30%). I programmi contano ancora meno: 19% Questo dato è persino paradossale se pensiamo che da anni il dibattito sulle campagne elettorali vede gli analisti e i giornalisti costantemente impegnati a dire che "non si parla di programmi", salvo poi parlarne relativamente poco a loro volta, a un pubblico che comunque pare essere sempre meno interessato alla questione. Ancora più rilevante: la fiducia nel leader pesa quasi il triplo rispetto alla fiducia nei partiti (11%). I partiti, i sindacati, tutte le cinghie di trasmissione tra (richieste dei) cittadini e istituzioni, sono vissuti sempre di più come un impiccio, come un elemento di rallentamento nella vita politica, piuttosto che come luogo di elaborazione di decisioni migliori, più ponderate, più lucide, veramente coerenti con gli interessi della collettività. La conseguenza di questa deriva è che per il 51% degli italiani, dunque per la maggioranza assoluta, la politica può funzionare anche senza i partiti (questo dato era al 35% nel 2007). Perché siamo arrivati a questo punto? A mio avviso, l'immobilismo del Paese ha contribuito a generare questa ipersemplificazione che vuole da un lato persone, gruppi, leader che vogliono "riformare" e dall'altro altre persone, altri gruppi, e una indefinita "burocrazia" che vuole bloccare le riforme a ogni costo. Allo stesso tempo questa semplificazione non nasce di certo in un mondo parallelo, ma è figlia di comportamenti, magari individuali, ma sperimentati da un numero sempre crescente (e a questo punto maggioritario) di italiani che ogni tanto incrociano il funzionario pigro, il sindacalista che fa gli interessi del singolo, il partito politico che emargina i dissidenti, e così via. L'Italia politica del futuro prossimo, se non addirittura del presente, è un Paese che ha deciso di non abbandonare il leaderismo dopo la fallimentare esperienza politica di Berlusconi e che, anzi, sembra in qualche misura dargli ragione quando l'ex-Premier sosteneva di essere stato imbrigliato dai mitici "lacci e lacciuoli". Soprattutto, l'Italia sembra volere "le riforme", qualsiasi esse siano. Meglio fare male che non fare, meglio sbagliare in fretta che decidere dopo aver ascoltato tutti, perché c'è il timore che dentro quel "tutti" ci sia qualcuno che puntualmente dirà di no e bloccherà tutto. Gli emendamenti, i distinguo, le minoranze rumorose e anche quelle silenziose saranno viste come inutili fastidi, e "non disturbate il manovratore" non sarà più una richiesta che la politica farà ai cittadini, ma che i cittadini faranno alla politica. Non sono buone notizie per la qualità della democrazia, ma a questo punto sono notizie inevitabili. ©RIPRODUZIONE RISERVATA