Sistema di corruzione impunito per anni

di Álberto Vitucci wVENEZIA Un sistema di corruzione esteso e impunito per anni. Una rete di pagamenti, mazzette, consulenze per creare consenso e consentire ai grandi lavori di procedere indisturbati. E la storia trentennale della salvaguardia di Venezia che adesso assume una nuova luce, dopo la retata della magistratura che ha portato in carcere 35 persone, con oltre cento indagati. Fondi neri accantonati e distribuiti, pareri in qualche caso addomesticati. Denunce e segnalazioni lasciate cadere nel vuoto. «Abbiamo denunciato inascoltati da anni questo sistema», ricorda Italia Nostra. Che cita l'ultima denuncia, inviata all'Unione europea dalla sezione veneziana, e una lettera di un anno fa del consigliere onorario Gherardo Ortalli che sembra premonitrice. «È lo stesso sistema», dice in una nota l'associazione nazionale per la tutela del patrimonio artistico, «che oggi si vuole applicare al problema delle grandi navi». La madre di tutte le tangenti, secondo Italia Nostra, si chiama "concessione unica". Una legge dello Stato, la 798 del 1984 approvata all'unanimità dal Parlamento che creava il Consorzio Venezia Nuova, da allora concessionario unico delle opere di salvaguardia. Da quel momento, insomma, per realizzare il Mose, ma anche per tutti i lavori in laguna, non servivano più le gare d'appalto. Finanziamento dello Stato, rinnovato ogni anno, e affidamento diretto dei lavori alle imprese del Consorzio, in proporzione al loro peso azionario. Oltre alle cifre per le opere il Consorzio portava a casa un 10 per cento - era arrivato anche a cifre superiori - per i cosiddetti "oneri del concessionario". Su cinque miliardi di spesa del Mose fanno oltre mezzo miliardo di euro. Concessione unica e controlli fatti in casa, nel senso che a volte era proprio il Consorzio, diventato negli anni molto più forte dei suoi "controllori" a decidere consulenze e pagamenti. Oggetto dell'inchiesta dell'allora pm Felice Casson. «Non mi stupisce quello che si è scoperto», dice Casson, oggi senatore del Pd, «da anni denunciamo inascoltati queste storture della concessione unica». Del Consorzio fanno parte le maggiori imprese nazionali di costruzioni. A metà degli anni Novanta al posto dell'Impregilo subentra come primo azionista la Mantovani, azienda padovana della famiglia Chiarotto gestita da Piergiorgio Baita. Poi Condotte, Mazzi, Lega Cooperative. Il monopiolio consente di evitare il confronto fra progetti. E l'appoggio incondizionato della Regione, che presiede anche le commissioni di Impatto ambientale, i comitati tecnici e la commissione di Salvaguardia, elimina ogni ostacolo sulla strada della grande opera. Le obiezioni vengono presto superate, Come la Valutazione di impatto ambientale del 1998, una secca bocciatura che i governi D'Alema e Amato superano con l'approvazione politica del progetto. Oppure i rilievi della Corte dei Conti. Nel 2009 è un coraggioso magistrato, Antonio Mezzera, a stilare un corposo atto di accusa sulla gestione della salvaguardia negli ultimi anni. Costi lievitati, controlli inesistente, mancanza di autorizzazioni e di comparazioni tra i progetti. La relazione finisce in un cassetto della Corte dei Conti nazionali, poi viene pubblicata con grande ritardo. E alla fine saltata a pie' pari. Come il ricorso all'Unione europea, che apre una procedura di infrazione contro l'Italia. Il governo Berlusconi sistema tutto, resta per il Consorzio l'obbligo di mettere a gara la fornitura delle paratoie. ©RIPRODUZIONE RISERVATA