Pio X e le radici del cattolicesimo contemporaneo

di Davide Nordio Un uomo, un pontefice, un santo di elevatezza difficilmente troverà lo storico che sappia abbracciare tutta insieme la sua figura e in pari tempo i suoi molteplici aspetti. Una sfida, quella lanciata con queste parole da Pio XII quando beatificò il suo predecessore Pio X, che a distanza di vent'anni lo storico Gianpaolo Romanato raccoglie per la seconda volta. Era il 1992 quando il professore, ora docente di Storia Contemporanea all'Università di Padova, dava alle stampe il suo primo "Pio X -la vita di Papa Sarto". Un volume che aveva un indubbio merito: quello dell'approccio storico-scientifico al pontefice di Riese, ultimo papa divenuto santo prima dei recentissimi papa Wojtyla e papa Roncalli, sicuramente l'unico del XX secolo che ha percorso tutte le tappe della carriera ecclesiastica: da cappellano a parroco, a vicario capitolare e cancelliere vescovile, a vescovo, cardinale e patriarca e infine sommo pontefice. Celebratissimo in vita e post mortem fino alla canonizzazione nel 1954, poco dopo Pio X divenne - quasi per contrappasso, suo malgrado - quasi l'emblema di una chiesa non più al passo dei tempi, che bisognava cambiare. E dalle critiche passò ben presto al dimenticatoio, per non dire di più. Ma se questo poteva dirsi per l'immaginario collettivo, tuttavia tra gli storici della Chiesa questo atteggiamento non poteva essere condiviso. Uno dei maggiori, il belga Roger Aubert, non ebbe problemi a definirlo il più grande riformatore della Chiesa dai tempi del Concilio di Trento: e non a torto. Negli undici anni del suo pontificato, avviò la redazione del Codice di Diritto Canonico, riformò la Curia romana, emanò quel catechismo che portò il suo nome e che anche oggi costituisce il bagaglio teologico di molti. Diciamo anche che con lui la Chiesa si liberò dai legami con il potere dei governanti europei e che per sua volontà il Vaticano si aprì alla gente, smettendo di essere una corte. Allora «papa dell'antimodernità o papa del rinnovamento?» fu, all'epoca, la domanda dell'opera di Romanato. Che un vantaggio indiscutibile lo aveva: fare finalmente ordine nella diversa pubblicistica che aveva riguardato Papa Sarto, offrendone stavolta una visione di insieme che teneva in considerazione pregi e difetti, senza preclusioni sugli uni e sugli altri. Ora a distanza di vent'anni e in occasione del centenario della morte di San Pio X che avvenne il 20 agosto 1914, Romanato ha ripreso in mano quell'opera fondamentale per conoscere il papa di Riese e per i tipi di Lindau è uscito "Pio X - Alle origini del cattolicesimo contemporaneo". E che non sia solo una riedizione, seppur riveduta e corretta, lo testimonia un mero dato statistico come numero delle pagine: dalle circa 350 del 1992 si è passati alle 570 di quella andata in stampa. Soprattutto nella parte del pontificato, Romanato attinge a una serie di studi che, indubbiamente anche per merito suo, hanno acceso nuove luci su Pio X: dall'opera di Fantappiè sul Codice di Diritto Canonico alle pubblicazioni che per mano di Sergio Pagano e Alejandr M. Dieguez hanno rivelato il tantissimo materiale manoscritto del pontefice, finora conservato nell'Archivio Segreto Vaticano, solo per citare due esempi. Non si può che essere d'accordo con l'autore che Pio X non può essere considerato né il "santino" agiografico dipinto all'epoca della sua canonizzazione, né esclusivamente il papa della condanna al modernismo, né il paravento dei tradizionalisti. Sono queste i tre "tradimenti" indicati dallo stesso Romanato con cui ha dovuto fare i conti San Pio X, una lettura sbagliata perché riduttiva di una delle più grandi figure di pontefice nella storia della Chiesa.