CLIMA MIGRAZIONI E CRISI

di PIERO INNOCENTI So già che non ci sarò, nel 2050 o giù di lì, quando, stando ai ripetuti allarmi lanciati dagli scienziati negli ultimi anni, il pianeta vivrà il dramma delle popolazioni in fuga dalle loro terre per sopravvivere alle devastazioni causate dai mutamenti climatici estremi. Nonostante la mia (giustificata) "assenza" a metà del secolo, mi preoccupo egualmente per i giovani e giovanissimi di oggi che dovranno affrontare problemi forse molto più gravi degli attuali che stanno vivendo o che si apprestano ad affrontare. Si parla, con una stima per difetto, di oltre 200 milioni di persone che comporranno il popolo dei «profughi da disastri ambientali» che, già oggi, sarebbero almeno oltre 30 milioni. L'ultimo rapporto (il quinto) dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) è di un mese e mezzo fa. Il documento, elaborato dopo il vertice di Yokoama (Giappone), è il più importante sul tema. E con i "profughi climatici" ci potranno essere serissimi problemi per la sicurezza internazionale (in tal senso, sin dal 2011, Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite). Ciò significa rivolte popolari e guerre per accaparrarsi le scarse risorse agricole e idriche («Mala suadet fames», ricordava il beato Scalabrini, più di un secolo fa) se non si riuscirà a contenere il surriscaldamento del pianeta. Dall'inizio della rivoluzione industriale a oggi, la concentrazione di anidride carbonica nell'atmosfera è aumentata da 275 ppm (parti per milione) a 400 ppm, valore mai raggiunto nei precedenti 100 mila anni. Gli anni Novanta, peraltro, secondo i meteorologi sono stati il decennio più caldo degli ultimi mille anni. Le conseguenze di tale cambiamento climatico, che è di gran lunga il più rapido, almeno degli ultimi 700 mila anni, saranno rilevanti, determinando innalzamenti del livello dei mari, con inondazioni delle basse coste, lo scioglimento di ghiacciai e del ghiaccio marino, inondazioni e siccità dovute ai mutamenti dei regimi pluviometrici. Si parla addirittura di un aumento del livello del mare di una quarantina di centimetri, che causerebbe la scomparsa di alcuni arcipelaghi abitati da milioni di persone (cfr. l'interessante articolo "Cambiamenti climatici e riflessi sulla sicurezza regionale e internazionale" di Corrado Maria Daclon su "Gnosis, rivista italiana di intelligence", 1/2014). Non è, purtroppo, fantascienza, ma uno scenario, delineato su presupposti scientifici, di un futuro drammatico (in Africa e in Asia anche il presente lo è già in modo preoccupante), che è stato indicato da anni e che riguarderà anche l'area mediterranea. Cosa accadrà quando milioni di persone saranno costrette a lasciare i loro paesi a causa della siccità, delle inondazioni, dei cicloni, di eruzioni vulcaniche, di terremoti devastanti? Cosa succederà quando, a metà di questo secolo, la popolazione mondiale si attesterà intorno ai 9 miliardi (oggi siamo più di 7 miliardi) con risorse materiali (ed energetiche) insufficienti? Anche la questione energetica, come quella climatica, influirà pesantemente sulla sicurezza mondiale. Già dieci anni fa, in un rapporto riservato del Pentagono (parzialmente ripreso dal quotidiano "Observer") che esaminava il contesto generale della sicurezza, si parlava di come i cambiamenti climatici futuri avrebbero potuto determinare una catastrofe mondiale, con milioni di vittime, guerre e disastri, rivolte popolari dovute alla carestia, alla siccità, alle alluvioni. Le alte sfere militari americane sono convinte che, nel prossimo futuro, a causa dei mutamenti climatici in atto e di eventi atmosferici estremi sempre più frequenti, si dovranno fronteggiare disordini crescenti a livello internazionale con un aumento dei conflitti regionali in zone di particolare interesse strategico per gli Usa. Anche per questo negli Stati Uniti si stanno studiando modelli che possano servire al governo federale a prevedere situazioni di emergenza causate da forti eventi climatici in aree di interesse geopolitico. Per scongiurare questi scenari apocalittici si deve in ogni modo contrastare il riscaldamento globale causato dalle attività dell'uomo. Rimandare ancora la soluzione di questi problemi che comportano ingenti investimenti di capitali può costare molto caro nel prossimo futuro. La Terra ha già dato il suo ultimatum. ©RIPRODUZIONE RISERVATA