Indipendenza o autonomia? Doppio sì alle consultazioni

A Palazzo Ferro-Fini una delegazione di "forconi", allargata a Cesare De Stefan titolare dell'«osteria senza oste» di Valdobbiadene finita nel mirino degli ispettori dell'Agenzia delle Entrate, ha incontrato il presidente del Consiglio regionale, Clodovaldo Ruffato. Ad accompagnarli, il capogruppo di Forza Italia Veneto, Dario Bond: «È giusto ascoltare le richieste di chi si sta facendo portavoce di un disagio socio-economico sempre più diffuso, che tocca imprese e famiglie», afferma «sono persone e imprenditori che stanno soffrendo in silenzio e che meritano visibilità e sostegno». «A tre mesi dall'avvio delle nostre azioni di protesta ai caselli e lungo le strade del Veneto», ha dichiarato il coordinatore del presidio Feltrina Nord Amedeo Bolzonello « ancora non abbiamo visto nulla. Intanto le imprese continuano a chiudere, gli imprenditori a togliersi la vita e i disoccupati aumentano». Polemico anche l'oste De Stefan, che ha illustrato a Ruffato i contenuti del suo esposto contro i funzionari l'Agenzia delle Entrate che gli contestano 700 mila euro di evasione: «Una persecuzione con condanna sommaria, questa non è giustizia tributaria, è la morte delle imprese». di Filippo Tosatto wVENEZIA Inseguire l'indipendenza del Veneto dall'Italia o battersi per conquistare una maggiore autonomia da Roma? Il Consiglio regionale, dopo quattro ore di accesa discussione in commissione Affari istituzionali, la maggioranza di centrodestra ha scelto di mantenere in vita entrambe le ipotesi legislative, approvando sia il progetto referendario indipendentista firmato da Stefano Valdegamberi (Futuro Popolare) che quello autonomista di Costantino Toniolo e Carlo Alberto Tesserin (Ndc). La scelta conclusiva, ora, spetta all'assemblea: «Spero che il via libera definitivo arrivi al più presto», il commento del governatore Luca Zaia.. Nel lungo confronto in commissione (l'ultimo di una discussione iniziata nel 2013) non è mancata l'eco della ventata secessionista alimentata dal plebiscito on line: pur ridimensionandone l'effettiva portata, molti consiglieri hanno segnalato la crescita esponenziale del malessere e della protesta, acuiti dagli effetti perduranti della crisi che sta impoverendo e retrocedendo un territorio che si credeva locomotiva. I progetti di referendum, allora. Quello indipendentista, limitato ad un quesito, interroga seccamente sulla volontà di staccarsi dall'Italia, dando vita ad un nuovo Stato autonomo e sovrano: l'articolo 5 della Costituzione lo proibisce esplicitamente e la Consulta, facile previsione, lo boccerebbe. I suoi fautori ritengono che l'autodeterminazione dei popoli sia garantita dal prevalente diritto internazionale e incassano il primo sì: «La scommessa è vinta, a favore dei cittadini», gongola Valdegamberi «un anno fa non ci avrei creduto mara il Veneto è pronto a competere con i modelli della Mitteleuropa, ben lontani da Roma capitale». «È un percorso lungo e difficile ma noi ci crediamo», fa eco il capogruppo leghista Federico Caner «la nostra via è quella democratica imboccata dalla Catalogna». L'opzione autonomista, invece, rifiuta lo strappo: «Vogliamo affidare al presidente della Regione il compito di negoziare maggiori condizioni di autonomia per il Veneto, sostenuto da una consultazione popolare che consenta ai veneti di esprimersi su statuto speciale, autonomia fiscale, trattenimento in loco dell'80% del gettito fiscale», affermano Toniolo e Tesserin. Un approccio cui guarda con favore anche il Pd: «Condividiamo l'aspirazione ad una maggiore autonomia nell'ambito della Costituzione e in aula potremo sostenere questi quesiti», fa sapere il capogruppo Lucio Tiozzo. Ieri però i democratici hanno disertato il voto in dissenso radicale con l'opzione indipendentista: «È una deriva illegale e incostituzionale, rifiutiamo di prendere parte ad un progetto assurdo che, separando il Veneto dal resto del Paese, segnerebbe la rovina delle famiglie e delle imprese», tuona Piero Ruzzante «legge alla mano, votare un referendum per l'indipendenza, condannerebbe il Consiglio allo scioglimento e il presidente della Regione alla decadenza. Prospettive, a questo punto, auspicabili». Analogo l'atteggiamento di Pietrangelo Pettenò di Sinistra Veneta («È solo una presa in giro, i problemi sono ben altri») e di Gennaro Marotta dell'Idv («Meglio puntare alla fusione del Veneto con il Trentino-Alto Adige»), che hanno abbandonato a loro volta la seduta. Ma quanto costerà l'eventuale referendum? 14 milioni, secondo stime del Viminale, riducibili a un terzo in caso di abbinamento elettorale. L'idea era di finanziarlo con il «residuo fiscale», differenza tra tasse versate a Roma e trasferimenti ricevuti. «Ma si tratta di una categoria astratta, non di una voce di bilancio, i soldi vanno prelevati da altri capitoli di spesa», ha obiettato Leonardo Padrin, capogruppo di Forza Italia, che ha chiesto e ottenuto la cancellazione della presunta copertura, al momento assente. L'astuto Padrin si è astenuto sul voto finale al progetto Valdegamberi: la circostanza gli consentirà di presentare emendamenti al testo in aula, facoltà negata a chi ha votato a favore ed agli assenti. Infine, la nota sprezzante di Plebiscito 2014, affidata al doge virtuale Gianluca Busato: «Il tentativo del consiglio regionale è l'espressione di una sorta di rigor mortis della bestia sanguinante, ferita a morte dalla volontà popolare. Nella Repubblica Veneta non c'è spazio per i criminali politici italiani».