Il messaggio di Giotto va oltre la sua arte

PADOVA Due giornate di studi e approfondimenti sull'attività artistica del grande artista fiorentino. Aggiornamenti, interconnessioni, iconografia ma anche, e forse soprattutto, conservazione e salvaguardia. Perché l'ombra che si allunga su "Giotto e il suo messaggio", questo il titolo del convegno in programma da domani a Padova, è quella della più volte dibattuta questione dello stato di salute della Cappella degli Scrovegni. Recentemente rilanciata dal premio Nobel Dario Fo, a gennaio scorso, la diatriba sulla tenuta statica della Cappella fatta erigere da Enrico Scrovegni tra il 1303 e il 1305 da almeno un ventennio divide esperti e tecnici. Il convegno – organizzato da Comune di Padova, Direzione regionale per i beni culturali e paesaggistici del Veneto e ministero dei Beni e delle attività culturali – affronterà il tema in un'apposita sezione in programma mercoledì pomeriggio con Ugo Soragni (direttore regionale per i beni culturali e paesaggistici), Marianna Bressan (Soprintendenza ai beni archeologici per il Veneto), Pere Roca Fabregat (Politecnico di Barcellona), Paolo Simonini, Paolo Salandin e Claudio Modena (Università di Padova) e Antonio Stevan. «Come si fa definirle giornate internazionali di studi se su trenta partecipanti, c'è solo un professore spagnolo e tutti gli altri sono italiani, o provengono da università con sede in Italia» sottolinea l'architetto Fernando De Simone che dopo la laurea in architettura a Venezia si è specializzato a Oslo in costruzioni sotterranee, sottomarine e trasporti. «Era il 1998 quando lanciai i primi allarmi con James Beck della Columbia University di New York» prosegue De Simone. «La mia analisi dei rischi evidenziava la necessità di un intervento immediato per salvaguardare le fondamenta della Cappella prima che fossero minate dall'acqua in modo irreversibile. Il crollo poteva e può essere improvviso, mentre il degrado degli affreschi era più lento e poteva essere fatto dopo. Ma su questo, purtroppo, le istituzioni coinvolte hanno sempre evitato un serio confronto internazionale. E così anche questa volta». Secondo De Simone, nel 1998, il tema del risanamento delle fondamenta «aveva tre gravi colpe: non era visibile come quello degli affreschi, non rendeva molto dal punto di vista pubblicitario e avrebbe spostato di un paio d'anni l'inizio dei lavori di restauro. Ora sarà molto difficile che i restauratori riconoscano l'errore, perché dovrebbero ammettere che restaurando prima gli affreschi hanno fatto aumentare notevolmente la probabilità che i muri collassino. Sotto la Cappella c'è un seminterrato allagato: non dico di togliere l'acqua completamente, ma la struttura va protetta con delle trincee drenanti. Anche un gigante con i piedi sempre nell'acqua a lungo andare rischia una polmonite». Matteo Marian