ELECTROLUX DOVE STANNO LE COLPE

di FRANCESCO JORI Anche questo, oggi, è il "made in Italy": la Spoon River dei capannoni. Nel suo traumatico impatto, la vicenda Electrolux fa da detonatore in una santabarbara colpevolmente trascurata ab illo tempore: sono anni, da ben prima della crisi del 2008, che la nostra economia non cresce. Nel 1990, avevamo un Pil pro capite 6 punti sopra la media europea, nel 2009 era andato sotto di 5, quest'anno arriverà a meno 10. Solo Haiti e Zimbawe sono riuscite a far peggio di noi. A forza di sentircele elencare, le cause le sappiamo a memoria: costo del lavoro, fisco, burocrazia, infrastrutture, spesa pubblica, bollette da brivido. Peccato che analisi e denunce si siano ridotte a sterili litanie: tutti le recitano, nulla si modifica. Così, una alla volta, le fabbriche traslocano sulla collina di una Spoon River industriale, ciascuna segnata dal suo mesto epitaffio. È dura davvero, essere un imprenditore in Italia. L'energia gli costa il 93 per cento in più del suo concorrente francese, il 71 per cento in più dello spagnolo, il 25 per cento in più del tedesco. Il carico fiscale è il doppio dei suoi colleghi austriaci e sloveni; e per pagare le tasse deve perdere 85 ore in più all'anno rispetto alla media europea. I soli oneri amministrativi costano alle aziende 16 miliardi l'anno. Lo Stato, mastino nell'esigere i propri crediti, diventa bastardo quando si trasforma in debitore: per vedersi pagare le proprie forniture, un'impresa deve aspettare in media 170 giorni; per questo motivo la Ue sta per infliggerci l'ennesima procedura di infrazione, che rischia di costarci 100 mila euro di multa al giorno. Ma nulla riesce ad arginare una spesa pubblica colabrodo: al commissario incaricato di studiare come tagliarla hanno appena fatto sapere che, alla faccia degli sprechi conclamati, la spesa sanitaria non solo non verrà ridotta, ma salirà di altri 7 miliardi e mezzo in due anni. In compenso, le risorse per la riduzione del famigerato cuneo fiscale, e cioè il peso delle imposte sul costo del lavoro, sono già scese dai 10 miliardi richiesti a uno. Intanto dozzine di manager cialtroni continuano impuniti a cumulare cariche e accumulare compensi malgrado i disastri delle aziende pubbliche loro affidate. Ci sono colossali colpe della parte pubblica, in questo sfacelo. E non è corretto ridurle a una questione di parte politica o territoriale, come sta accadendo nel caso Electrolux: il male viene da lontano, e tutti devono prendersi la loro quota-parte di responsabilità. Ma anche il privato deve farlo, senza pensare di cavarsela limitandosi a proporre la lista della spesa. Troppe aziende, quando le cose andavano bene e c'erano risorse da spartire, hanno preferito campare privilegiando l'assistenzialismo alla competitività, trascurando l'innovazione e drogando il mercato. A loro volta, le organizzazioni di categoria hanno trovato comodo troppo spesso flirtare con il pubblico, nazionale e locale; né hanno mai affrontato davvero una severa autocritica per il fatto che le loro richieste da anni restino sostanzialmente ignorate. Infine, Confindustria non può far finta di ignorare che tra i propri associati ci sono alcune delle realtà che più incidono sulla spesa pubblica e sui costi energetici: da Alitalia a Enel a Eni. Con imprenditori pronti ad andare in interessato soccorso del governo per salvare aziende fallimentari tipo Alitalia, salvo riuscire a gravarle di ulteriori debiti. E allora, basta con lo stucchevole copione che si ripropone a ogni crisi, e che inevitabilmente si traduce in un costo aggiuntivo per la comunità. E basta, soprattutto, di muoversi solo per andare al capezzale di malati troppo spesso terminali. Non servono medici e infermieri, ma figure all'altezza di una seria politica industriale. Chi non ci riesce, cambi mestiere. ©RIPRODUZIONE RISERVATA