Jfk, mistero lungo 50 anni Le teorie del complotto

di ALBERTO FLORES Una, nessuna, tante verità. A cinquant'anni dall'assassinio di John Fitzgerald Kennedy, l'alone di mistero che circonda la scomparsa del giovane presidente (amato più da morto che da vivo) resiste alle scorie del tempo. È passato mezzo secolo, ma stando all'ultimo sondaggio (Gallup), il 61 per cento degli americani continua a pensare che Lee Harvey Oswald, l'ex marine che il 22 novembre 1963 sparò da una finestra del Book Depository Building di Dallas contro la limousine scoperta del presidente degli Stati Uniti, non abbia agito da solo. Le teorie del complotto sono dure a morire e quelle sul più famoso omicidio politico del Ventesimo secolo (il primo dell'era televisiva) sono state alimentate per decenni da libri, film, documentari, ricostruzioni giornalistiche, testimonianze e confessioni (più o meno improbabili): il tutto volto a demolire la verità "ufficiale", sancita dalla Commissione Warren - voluta da Lyndon B. Johnson, il vice di Kennedy che prese il suo posto alla Casa Bianca - che dopo dieci mesi di indagini concluse (il 27 settembre 1964) che l'unico responsabile era Oswald. La mafia. Il 13 per cento degli americani ritiene che la decisione di assassinare Kennedy venne presa dalla mafia italo-americana. Che la famiglia Kennedy (il patriarca Joseph, ma anche John e Bob) avesse legami con ambienti della criminalità organizzata e in particolare con il boss Sam Giancana (attraverso l'amicizia con Frank Sinatra) non era un mistero, che Cosa Nostra avesse "aiutato" John ad arrivare alla Casa Bianca con brogli elettorali in alcuni Stati-chiave era qualcosa di più di una voce. Perché avrebbero dovuto ucciderlo allora? Secondo i complottisti - che portano a "testimonianza" il libro di un altro boss, Salvatore Bonanno - perché la mafia si era sentita tradita dalla politica "tolleranza zero" contro la criminalità organizzata che Bob Kennedy (fratello del presidente) aveva lanciato come ministro della Giustizia. Una guerra che Bob avrebbe pagato di persona cinque anni dopo, quando venne a sua volta ucciso. Governo e Cia. Che i mandanti dell'omicidio siano da ricercare nel governo lo sostiene un altro 13 per cento di americani, mentre il 7 per cento punta il dito direttamente contro la Cia, l'allora più potente branca dei servizi segreti degli Stati Uniti. Dopo la disfatta della Baia dei Porci (e il fallito tentativo di abbattere il governo filo-sovietico di Fidel Castro) e nonostante la "sfida dei missili" con cui il presidente americano l'anno successivo aveva umiliato l'Unione Sovietica, la Cia e influenti membri di quello che veniva allora chiamato "l'apparato politico-militare-industriale" (una sorta di supergoverno occulto) avevano ancora il leader cubano nel mirino. Castro andava eliminato, fisicamente eliminato. Kennedy avrebbe scoperto che la Cia stava tentando di uccidere il "Lìder Maximo" e avrebbe tentato di impedirlo. In che modo i complottisti non lo spiegano, ma che ci fosse un conflitto sulla questione cubana tra Cia e Casa Bianca è un dato di fatto. Cui va aggiunto - dicono i colpevolisti - il fatto che l'ex capo della Cia Allen Foster Dulles sia stato un membro influente proprio della Commissione Warren. Inoltre all'interno del governo ci sarebbe stato chi vedeva la fine della Guerra Fredda (intrapresa da Kennedy nel dialogo con Kruscev e papa Giovanni XXIII) come una sconfitta dell'impero americano. Cuba e Urss. L'8 per cento degli americani sono invece convinti che dietro l'assassinio di Kennedy ci siano i nemici comunisti. Il 5 per cento indica come responsabile Fidel Castro, il 3 per cento i dirigenti dell'Unione Sovietica e il loro braccio armato, il Kgb. Lee Harvey Oswald, pur avendo un passato da marine, aveva tradito andando a vivere in Unione Sovietica per diversi anni. Con l'aggravante di aver sposato una donna russa e di essere considerato (ci sono diverse testimonianze) un simpatizzante del regime cubano. Inoltre, poche settimane prima del 22 novembre 1963, Oswald era in Messico, dove aveva tentato di ottenere un visto per l'isola di Castro. L. B. Johnson. Una frangia di irriducibili (3 per cento) ha la "certezza" che ispiratore dell'omicidio sia stato il vicepresidente e successore di Kennedy. Su quali basi? Perché (ovviamente) voleva diventare presidente, perché Lyndon B. Johnson era texano (allora in Texas dominava il partito democratico, con connotati molto conservatori) e sapeva che i suoi concittadini (e soprattutto la potente lobby dei petrolieri) odiavano il presidente, perché non lo ha accompagnato nel viaggio fatale ma ha spinto il riluttante Kennedy a farlo. Un altro tre per cento pensa invece che ad uccidere il presidente siano stati elementi del Ku Klux Klan, l'allora potente organizzazione razzista e segregazionista che in alcuni Stati del sud (Texas compreso) poteva contare su politici, giudici e poliziotti. Proiettili. Per i complottisti c'è un denominatore comune: i proiettili. Quanti ne furono sparati a Dallas? Può lo stesso uomo aver sparato tre colpi ed aver ucciso Kennedy in un modo coerente con le ferite mortali e tutti dalla finestra del Book Depository Building? Il famoso "Zapruder Film" che mostra gli ultimi istanti di vita di Kennedy (prima, durante e dopo la sparatoria) e che è stato analizzato per decenni fotogramma per fotogramma non è riuscito a dire una parola definitiva sul fatto se Oswald fosse o meno l'unico cecchino presente. Mezzo secolo e la verità ufficiale continua a non convincere. Nei giorni scorsi a riaccendere le polemiche sono arrivate le dichiarazioni di John Kerry. Non un politico qualunque, ma un ex candidato (sconfitto da Bush) alla Casa Bianca e oggi Segretario di Stato nella Casa Bianca di Obama. Alla Nbc, in uno dei tanti programmi sugli avvenimenti del 22 novembre 1963, Kerry ha detto: «A tutt'oggi ho seri dubbi che Lee Oswald abbia agito da solo». ©RIPRODUZIONE RISERVATA