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di Filippo Tosatto wVENEZIA Il ritorno al futuro sancito da Silvio Berlusconi - che riesuma il vessillo di Forza Italia e manda al macero lo stremato Pdl - non scalda gli animi degli azzurri veneti, più propensi a sostenere la corrente governativa capeggiata da Angelino Alfano. Non è agevole decifrare il teatro d'ombre in scena nel centrodestra, dove spinte politiche si intrecciano ad ambizioni personali mentre calcoli elettorali condizionano frettolosi riposizionamenti all'ombra di vecchi e nuovi caporioni. Qua e là, tuttavia, i segnali di discontinuità sono visibili. Chi non ha dubbi nel gongolare è Giancarlo Galan: da due anni sollecitava l'amato Cavaliere a risfoderare il brand forzista («È come la Nutella, chi rinuncerebbe ad un marchio del genere?») e ora assapora la rivincita sui «traditori» - lui li chiama così - rei di anteporre le poltrone di governo alla causa liberale: «È stata una giornata intensa e bellissima, sono felice, sì, perché temevo un rinvio o una soluzione pasticciata, invece tutto è andato nel migliore dei modi: il Pdl è finito, non esiste più. C'è un solo partito, Forza Italia, e un solo leader, Berlusconi». Difficile che le colombe sconfitte stiano a guardare... «Beh, qualcosa faranno di sicuro ma prima o poi andremo a votare e allora si faranno i conti. Nel frattempo ricevo telefonate entusiaste, anche da chi domenica, all'assemblea che ho organizzato sui Colli euganei, non si è fatto vivo». Ben diversi i toni prevalenti nel partito veneto. Il gruppo consiliare di Palazzo Ferro-Fini, per cominciare, si è riunito in gran segreto e ha discusso la svolta in atto; molte incognite, altrettante ombre sul futuro e una volontà prevalente: quella di restare compatti, a prescindere dagli strappi di vertice, per garantire la tenuta della maggioranza in Regione fino alla conclusione della legislatura. «Abbiamo assunto un impegno con i cittadini che prescinde dalle dinamiche nazionali e abbiamo il dovere di portare a termine il programma elettorale, l'unità è un valore prezioso da salvaguardare», la riflessione di Marino Zorzato, condivisa dal capogruppo Dario Bond («Concentriamoci sull'attività amministrativa, la turbolenza è evidente ma non ci saranno scissioni») e dal vice Piergiorgio Cortelazzo. Un atteggiamento che nasce dal retropensiero prevalente tra gli amministratori pidiellini: in questa fase di debolezza dell'alleato leghista, diventiamo determinanti nelle scelte cruciali - sanità, urbanistica, infrastrutture, politica economica - perché sacrificare questa chance rincorrendo le fibrillazioni della babele romana? Ma c'è altro e c'è di più. Zorzato, vice coordinatore del partito al fianco di Alberto Giorgetti, si profila come l'autentico proconsole di Alfano in terra veneta. A legarli, oltre a un rapporto d'amicizia decennale nato sui banchi di Montecitorio, è la comune visione moderata e centrista, allergica all'intransigenza dei falchi che volteggiano intorno al Cavaliere. A riassumerla è Maurizio Sacconi, un veterano che pochi mesi fa sembrava in disgrazia, ad un passo dall'approdo nelle fila montiane, e che ora si candida a primo consigliere alfaniano: «Occorre separare da un lato la battaglia per la giustizia e contro il suo uso politico, la difesa del presidente Berlusconi e la solidarietà nei suoi confronti, e, dall'altro, l'ascolto dei bisogni di un Paese in difficoltà. Viceversa, si rischia di allontanare Forza Italia dal popolo dei moderati e di impedire così di cogliere l'occasione di quel grande centrodestra a vocazione maggioritaria che è il cuore e l'orizzonte di Berlusconi e di tutti noi». Restare al Governo per contare, evitare di legarsi mani e piedi al destino del Cav, guardare al centro: ecco il nocciolo della questione. «Come si fa a lasciare il Paese senza guida in queste condizioni?», conclude Clodovaldo Ruffato, vecchia volpe di rito democristiano. Già, come si fa.