BARACK IL VERO SCONFITTO

di GIANCESARE FLESCA Se è davvero impossibile prevedere chi uscirà vittorioso dallo scontro epocale in atto all'interno del mondo arabo, si può invece dare per certo chi al momento ne è lo sconfitto. Il grande perdente della crisi in Medio Oriente e dintorni al momento sembra proprio Barack Obama. Fu lui a lanciare quattro anni fa il grande tema della riconciliazione fra Islam e Occidente in un famoso discorso pronunciato, ironia della sorte, proprio al Cairo. Fu ancora lui a plaudire alle varie "primavere" cominciate nel 2010 e finite nel modo che le cronache di ogni giorno ci raccontano in maniera sempre più drammatica. Ancora ieri il presidente degli Stati Uniti ha alzato la voce contro l'uso delle armi chimiche in Siria, senza però minacciare un intervento militare come hanno fatto, a dire il vero in maniera alquanto vanagloriosa, la Francia di Hollande o l'Inghilterra di Cameron. Certo, non gli si può dare torto quando chiede una rigorosa indagine Onu sul ricorso al gas nervino, per chiarire che cosa è davvero successo tre giorni fa alla periferia di Damasco. Ma se anche venisse appurato che il regime di Assad ha impiegato davvero armi non convenzionali contro i ribelli, che cosa potrebbe fare Obama? Le sue mosse non sono condizionate soltanto dai diktat russi e cinesi, quanto dalla mancanza di una strategia globale in quella parte del mondo. Finita l'epoca della politica di potenza di Bush, Washington non è riuscita a impostare un nuovo tipo di intervento nella regione. L'esempio più evidente viene dall'Egitto e dalle sue contrazioni, proseguite ancora ieri. La diplomazia Usa al Cairo non ha scelto: ha fatto credere di essere d'accordo con Morsi, con i militari, con i laici. Risultato? L'unico leader capace di spingere il paese verso una democrazia occidentale, il premio Nobel El Baradei, ha dovuto dimettersi dal governo per protesta contro i massacri dell'esercito ed è precipitosamente fuggito dall'Egitto, consapevole che il nuovo rais egiziano, il generale Al Sisi, l'avrebbe fatto perseguire per alto tradimento, come poi è effettivamente avvenuto. E questo imperscrutabile restauratore ha mostrato chiaramente di non nutrire alcuna fiducia negli Stati Uniti, dove è stato formato come tutti gli alti ufficiali del paese. Ha ignorato la minaccia di sospendere gli aiuti militari all'Egitto, nella certezza che ci sarebbero stati i quattrini promessi da un altro alleato dell'America assai oscuro, l'Arabia Saudita e la sua costellazione di Emirati. E nella convinzione che comunque Washington non avrebbe compiuto passi tali da rinunciare al tradizionale diritto di sorvolo sull'Egitto dei suoi jet militari e all'altrettanto tradizionale "corsia preferenziale" della US Navy nel Canale di Suez. Dunque, mano libera contro gli islamisti. Lungi dal ricordare il citato discorso di Obama sulla convivenza fra diverse culture, i musulmani prendono atto che nulla può la comunità internazionale per imporgli le proprie concezioni. L'idea dello Stato teocratico alimenta i sogni dei vari jihadisti, salvo poi a massacrarsi fra sunniti e sciiti come avviene quotidianamente nell' Iraq "pacificato", in Siria e, come dimostrano le bombe di ieri, anche in Libano. Inoltre, ha detto giustamente Emma Bonino, in tutta la "umma" (la comunità islamica) si tende a dividersi anche fra gl stessi sostenitori della fede sunnita, incerti fra il qaedismo e scelte politiche meno estreme. Spuntano i salafiti e i wahabiti, tutti uniti soltanto dall'odio verso Israele e ovviamente verso l'America. In un tale contesto, i negoziati cominciati e fortemente voluti da Obama fra gli israeliani e i palestinesi non hanno certo un largo respiro. Dovessero fallire sul nascere, sarebbe un'altra sconfitta per l'inquilino della Casa Bianca. Il quale, fra l'altro, dovrà smobilitare le truppe dall'Afghanistan, con il fortissimo dubbio che dodici anni dopo l'intervento siano ancora i taliban a condurre a modo loro le danze. ©RIPRODUZIONE RISERVATA