Indipendenza, solo parole Il referendum non decolla

di Filippo Tosatto wVENEZIA Lenin buonanima schernì la socialdemocrazia tedesca che sperava di fare la rivoluzione con il permesso del Kaiser. Analogamente, l'ala indipendentista del consiglio regionale accarezza l'idea di un percorso referendario che sancisca il distacco indolore del Veneto dall'Italia matrigna e trasformi la "piccola patria serenissima" in uno Stato sovrano. Ma il sogno rimane nel cassetto e gli ostacoli concreti che si frappongono - costituzionali, politici, finanziari - restano immutati, così la seduta straordinaria dell'assemblea chiamata a pronunciarsi in materia si è tradotta in una maratona verbale priva di decisioni concrete. Il disegno di legge referendario presentato da Stefano Valdegamberi non è stato neppure posto in votazione perché, ha sentenziato il presidente del Consiglio Clodovaldo Ruffato, il testo giace ancora in commissione e non ha concluso la fase istruttoria: «Qui più che al voto, andiamo al vuoto», il commento sferzante di Nereo Laroni, vecchia volpe pidiellina. Doccia fredda per i manifestanti di Indipendenza Veneta, che pure hanno raccolto 16 mila firme a sostegno dello "strappo", ed ennesimo rinvio all'autunno. In apertura dei lavori, il governatore Luca Zaia (rivelando di aver preso contatto con i radicali per sottoscrivere la loro campagna refendaria) ha provato a rilanciare la sfida in toni bellicosi: «La proposta che stiamo discutendo è una dichiarazione del fallimento dello Stato centralista e vessatorio. Il referendum non ha colore politico, non è una partita leghista, richiede un approccio condiviso su tre versanti: la legalità costituzionale, la legittimità internazionale e l'assenza di costi a carico dell'erario. In ogni caso, il rapporto con i veneti deve essere civile, leale, corretto e responsabile: bisogna raccontare loro la verità, perché si va avanti non con bugie e insulti, ma con la concretezza». Ovvero? Ah, saperlo. Gli interventi. «La libera espressione dei cittadini non è un costo ma un valore», sostiene Valdegamberi, aggiungendo che «ci sono imprenditori e volontari disponibili a finanziare questa iniziativa». Babele di voci nel Pdl: chi propone l'integrazione delle regioni del Nordest su basi di autonomia (Davide Bendinelli), chi insiste sul diritto dei veneti ad esprimere la loro opinione (il capogruppo Dario Bond e l'assessore Remo Sernagiotto), chi suggerisce in alternativa un negoziato "serrato" con Roma (Carlo Alberto Tesserin); gelo dall'ala di rito An: Piergiorgio Cortelazzo ha ribadito il suo forte scetticismo, gli assessori "tricolori" Massimo Giorgetti ed Elena Donazzan hanno disertato la seduta. Fuoco di sbarramento dal Pd: «Stiamo sprecando tempo in chiacchiere inutili, Zaia tratti piuttosto con il Governo per conquistare l'autonomia "differenziata" prevista dalla Costituzione e noi lo appoggeremo», le parole dello speaker Lucio Tiozzo, mentre Stefano Fracasso ha citato un verso di Zanzotto per imputare all'esecutivo la «politica del nulla». Coccarde patriottiche all'occhiello dei consiglieri dell'Idv Antonino Pipitone e Gerardo Marotta, fieri unionisti al pari di Stefano Peraro: «Ma chi è il popolo veneto?», sbotta l'esponente superstite dell'Udc «lo 0,3% che ha sottoscritto la richiesta di referendum o i 4,8 milioni di abitanti?». E la Lega? Voglia di indipendenza nei toni dei "durti" Sandro Sandri e Giovanni Furlanetto (quest'ultimo ha rivendicato la vittoria navale «veneta» a Lissa contro l'Italia dei Savoia) ma è stato Paolo Tosato a delineare il prossimo passo del Carroccio: «Abbiamo bisogno di approvare una legge per aprire un contenzioso con lo Stato italiano e fare appello al diritto internazionale. Per coprire i costi del referendum senza oneri pubblici, pensiamo di istituire un fondo di bilancio alimentato da una sottoscrizione popolare». Zaia ha ascoltato, annuendo. Se ne riparlerà a settembre. Tempo di migrare, già.