Aida del futuro e Aida delle certezze Un'opera, due stili

di Mirko Schipilliti Per il bicentenario della nascita di Verdi, che coincide col 100° della prima rappresentazione di Aida all'Arena, il 91° festival lirico scaligero non ripropone soltanto lo storico allestimento di un secolo fa - divenuto oramai una consuetudine - ma punta anche sul nuovo invitando il gruppo di regia catalano "La Fura dels Baus" per creare un impianto moderno, che guardi avanti e possa ripensare quella che ormai è divenuta a Verona una sorta di icona dell'opera, spettacolo principe nei mesi estivi. Cosa dovremmo aspettarci, oggi, da una regia "moderna"? Che cos'è moderno? Materiali contemporanei variamente combinati o segni forti e innovativi? Il nuovo allestimento veronese scatena detrattori e imbonitori, loggionisti, cronisti e musicologi attenti la cui coscienza intellettuale misura e soppesa. Aspettavamo l'autentica novità, perché in fin dei conti che cos'è una regia? Un bel bozzetto da guardare e incorniciare o saper raccontare una storia? La Fura dels Baus si muove con cautela, forse troppa. In fin dei conti, dichiara apertamente che «per certi aspetti la nostra è un'Aida tradizionale, anche se per nulla passatista» (intervista nel libretto di sala), e con coerenza ci mostra personaggi e masse fermi in posa, senza lasciarci veramente intendere quali drammatiche relazioni intercorrano tra dominatori e sottomessi, padre e figlia, amori e poteri. Tutto è dominato da un apparato scenico soverchiante in una dimensione tecnologica senza tempo: un'impalcatura centrale con tralicci, giganteschi pannelli solari si ispirano alla centrale di Odeillo a Font Romeu, metafora del sole (il Dio Ra egizio), chiudendosi su Aida e Radames in epilogo, guardie in tute antinfortunistica viaggiano su trasportatori simili a motospazzatrici, decine di comparse portano sfere luminose, elefanti e cammelli sono animali tecnologici in stile meccano, coccodrilli-mimi di plastica si aggirano sullo sfondo, l'acqua del Nilo c'è davvero, le dune sulle scalinate dell'anfiteatro sono enormi strutture gonfiabili. Il dichiarato omaggio al progresso tecnologico dell'Ottocento, inclusa l'apertura del canale di Suez, lo percepiamo indirettamente dai toni di una regia televisiva con ornamentazioni modernistiche, ma ci piacerebbe abbeverarci anche dei colori intimisti della più matura drammaturgia verdiana, dalla parola scenica ai contrasti tra quel pianissimo "morendo" che chiude l'ingresso di Radames e le scene collettive da grand-opéra. Il giovane bravissimo direttore Omer Meir Wellber scrosta la routine operistica ricercando invece un respiro sinfonico ricco di sfumature, dando nulla per scontato, levigando il suono senza assecondare troppo pericolosamente le voci, con tutti i pericoli della direzione all'aperto. Tempi turbinosi, affiatamento concertante di bella fattura, nell'orchestra rivive il segno inconfondibile di Verdi, lo scontro fra psicologie come la dimensione contemplativa, la vivida tensione che nel gesto di Wellber anima anche il pianissimo. Folto cast, dove ricordiamo Hui He, ormai un'Aida sicurissima sulle scene dell'Arena, mostrando un bel legato, delicate sfumature nei cambi di registro che traducono un personaggio immerso nella solitudine (il 28 luglio e il 3 agosto ci sarà Daniela Dessì). Daniela Barcellona (Amneris) non esce mai fuori dalle righe. Aida in Arena. "La Fura dels Baus". 21, 28 luglio e 3 agosto ultime recite, alle 21.15, biglietti da 18 a 198 Euro. Per chi vorrà assistere alla ripresa dell'allestimento del 1913 si comincia il 10 agosto con 6 repliche fino all'8 settembre. Info 0458005151, 800323285, www.arena.it.