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’Ndrangheta, Sorace non parla

Come annunciato dal suo legale, l'avvocato Cristiano Biadene, Vincenzo Sorace si è avvalso della facoltà di non rispondere nel corso dell'interrogatorio di garanzia per rogatoria di fronte al gip Elena Rossi. Il 53enne domiciliato a Silea, raggiunto da un'ordinanza di custodia cautelare in carcere per traffico internazionale di hashish e cocaina, tramite il suo legale respinge le accuse e dichiara di non essere né un trafficante di stupefacenti né tantomeno un boss. Già perchè per gli investigatori avrebbe avuto rapporti con la 'Ndrangheta e con Cosa Nostra nella gestione dello spaccio di droga. «Al mio cliente non è stato trovato un grammo di droga dopo la perquisizione – afferma l'avvocato Biadene – L'intera inchiesta, partita nel 2009, è basata su intercettazioni telefoniche. Sorace sostiene che i contatti con gli altri indagati si basavano esclusivamente su questioni di lavoro». Ma le accuse mosse contro di lui dalla distrettuale antimafia di Venezia sono pesanti, tanto da contestargli pure l'associazione per delinquere. Intanto il dolese Prosdocimo Biancato ha confessato. Davanti al giudice di Venezia Roberta Marchiori ha ammesso, tra il mese di marzo e quello di giugno del 2010, di aver spacciato dai 20 ai 50 grammi di cocaina. Ma la sua posizione e soprattutto le sue dichiarazioni interessavano soprattutto per chiarire o, meglio, per aggiungere particolari sul ruolo del fratello Luigi, deceduto per una grave malattia un anno fa. Era lui, Luigi, il capo dei veneti e sempre lui a trattare con i calabresi della ’ndrangheta trapiantati a Milano che gli spedivano in Veneto hascish e cocaina. Ed è ancora Luigi Biancato che ha la forza di rimandare indietro, anzi, di chiedere ai calabresi di venirsi a prendere 300 chili di hascish di cattiva qualità che gli avevano venduto e che lui aveva nascosto in un capannone in zona industriale, a Padova. E Prosdocimo, 53 anni, più giovane del fratello di quattro anni, ha scaricato sul fratello che non può più difendersi, ma neppure può essere processato. Erano imprenditori, avevano un’importante ditta edile a Camponogara, e non a caso come tale Luigi è finito nell’inchiesta sulla bancarotta da 34 miliardi di vecchie lire della «Tronchetto Park» di Venezia (la società che ha costruito il parcheggio coperto e lo ha gestito nell’isola lagunare da cui prende il nome).

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