Il Fondo antirischi un bluff della Regione

di Renzo Mazzaro wVENEZIA Con quella faccia sorridente che si vede nelle foto, quel baffo folto che ispirava fiducia, era difficile immaginare che Renzo Menin fosse pronto a farla finita, buttandosi in un canale come si suicidavano i veneti negli anni Cinquanta. L'altro modo era buttarsi sotto il treno. Che ne sappiamo noi di quello che corre dentro la testa delle persone? Di questo suicidio ci restano i biglietti di addio abbandonati nell'auto e quel numero tremendo, 117.500 euro, il prezzo di una vita che Equitalia, correttamente, esigeva. Si può morire di correttezza. Vale per Equitalia ma anche per gli austeri professori al governo, il rigoroso Mario Monti ed "Elsa la belva" com'era soprannominata la Fornero dagli studenti di Torino, quando cacciava gli impreparati lanciando loro in faccia il libretto degli esami. Ma vale anche per la Regione Veneto, «vicina agli imprenditori a parole e non con i fatti», come sostiene Mario Pozza della Confartigianato di Treviso. Il numero verde attivato dalla giunta regionale per aiutare gli imprenditori travolti dalla crisi, sta fisicamente in Veneto Sviluppo. È qui che tre ragazze rispondono alle chiamate. Un centinaio, in poche settimane. La task force è stata istituita dal direttore della Finanziaria regionale, Paolo Giopp, su richiesta dell'assessore Isi Coppola e del commissario straordinario allo sviluppo economico Marco Zanetti. Ma non sta andando come Palazzo Balbi vorrebbe. Sono chiamate disperate quelle che arrivano, fuori target per Veneto Sviluppo. Almeno l'80 per cento, si lascia scappare Giopp. Le ragazze ascoltano, fanno assistenza psicologica, opera di consolazione meritoria, perché ascoltando si contribuisce ad abbassare la tensione dell'interlocutore. Prendono nota, promettono interessamento. Un lavoro estenuante. Ma di concreto? Poco o niente. Il termine tecnico è duro ma non lascia scampo: le richieste non sono «bancabili», non possono essere prese in considerazione perché mancano dei requisiti per garantire il credito in banca. Veneto Sviluppo non fa beneficenza, non può neanche chiudere un occhio. Oltre ad essere per il 49% di proprietà degli istituti di credito, funziona essa stessa come una banca, tant'è che è sottoposta alla vigilanza di Bankitalia. Può perorare la causa di chi telefona, ma se mancano i requisiti per garantire il credito tanto vale. D'altra parte se uno ha i requisiti per ottenere il credito, perché dovrebbe essere un imprenditore disperato e telefonare a Veneto Sviluppo? «E' un'attività di conforto, che ha importanti risvolti sociali ma fuori dall'ambito bancario», ammette Giopp. «Sarebbero richieste da girare piuttosto all'assessore ai servizi sociali Sernagiotto». Il fondo antirischi annunciato dalla giunta Zaia e costituito in Veneto Sviluppo, non è un vero e proprio fondo: è la giacenza dei vari fondi di rotazione normalmente attivati dalla Finanziaria, messa a disposizione per le aziende in crisi. Il denaro c'è e può essere erogato per sostenere fifty-fifty con la banca gli insoluti sui crediti, gli ampliamenti di magazzino o la mancanza di liquidità di cassa. Ma sempre «bancabili» bisogna essere. Le aziende che bussano al numero verde sono fuori da questo profilo, ne sono uscite da tempo. Sono per la maggior parte di artigiani o piccoli imprenditori che per salvare l'azienda hanno già impegnato i beni propri e magari anche quelli dei familiari senza dirlo. Gente che è andata a scontare in banca le fatture. Poi ha cambiato banca per scontare di nuovo le stesse fatture. Due, tre volte. È il caso classico. Sono imprenditori ormai avviluppati nelle irregolarità, ma non per istinto malandrino. Per continuare a galleggiare. «Uno non si toglie la vita senza motivo», ragiona Giopp. Resta il fatto che le buone intenzioni dei politici non garantiscono i prestiti in banca.