LE BARRIERE DA ABBATTERE IN EUROPA

di CLAUDIO GIUA Un geniale illustratore bulgaro, Yanko Tsvetkov, qualche anno fa raccolse in mappe coloratissime i giudizi stereotipati che spesso si danno degli altri popoli. I francesi pensano che gli italiani siano cordiali ma rumorosi, che i tedeschi rimangano gli unici con cui confrontarsi, che gli spagnoli s'appassionino solo al flamenco. I tedeschi sono convinti che l'Italia sia il paese della pizza e dei musei, che la Francia - se ci fosse giustizia - dovrebbe essere un loro land, che la Turchia sia un serbatoio privato di forza lavoro. Gli inglesi guardano agli svizzeri come a un popolo di cioccolatai, ai finlandesi come a indefessi costruttori di cellulari nonostante il crollo di Nokia, agli olandesi come a spacciatori di hashish a basso costo, agli svedesi come a produttori di musica pop di serie B (colpa degli Abba?). Tsvetkov probabilmente riassumerebbe oggi il comune giudizio europeo sui greci nello stereotipo "bancarottieri": colpa della tempesta finanziaria, la peggiore per gli effetti gravi e duraturi sulla qualità della vita dei cittadini, soprattutto i meno tutelati. Nell'editoriale-appello di Ulrick Beck e Daniel Cohn-Bendit pubblicato in questi giorni da molti grandi giornali della Ue (in Italia, Repubblica) si dice: «I giovani d'Europa non sono mai stati così istruiti, eppure si sentono impotenti di fronte all'incombente bancarotta degli Stati-nazione e al declino terminale del mercato del lavoro». È un'istantanea impietosa. E se un giovane ogni tre non ha e non troverà lavoro in Italia nei prossimi anni mentre la Germania è già ai livelli di produzione pre-crisi, significa che gli europei devono decidere, da soli e adesso, se tornare a chiudersi nelle proprie città murate oppure puntare alla totale integrazione. Dove per integrazione significa l'abbattimento delle barriere nazionali, economiche, culturali e razziali. Potrebbe essere il momento giusto. Gli storici ci dicono infatti che raramente tra gli effetti delle grandi crisi finanziarie c'è l'esplosione di tensioni tenute in precedenza sotto la soglia di guardia. Da quando la crisi morde più profondamente la società italiana, le paure provocate dall'immigrazione appaiono mitigate anziché ampliate; la Germania, pur accusata di egoismo a difesa della propria ricchezza, dà lavoro agli immigrati e rifugio a profughi come nessun altro paese: sono conferme di come, partendo da situazioni opposte, si può trovare un terreno comune. Si può cominciare disvelando la falsità degli stereotipi denunciati da Yanko Tsvetkov (le sue mappe sono all'indirizzo http://alphadesigner.com/mapping-stereotypes/). Gli economisti Xavier Chojnicki e Lionel Ragot ci provano analizzando le consolidate quanto immotivate convinzioni che stanno segnando la campagna elettorale presidenziale francese. C'è il rischio di un'«invasione aliena» oltr'alpe, come hanno sostenuto Marine Le Pen e poi Nicolas Sarkozy? No, la Germania, la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e persino la Spagna di qualche anno fa hanno saldi migratori ben più pesanti di quelli francesi. Più immigrazione significa maggiore disoccupazione e salari congelati? Nessun dato sostiene questa certezza del presidente uscente e di milioni di suoi concittadini, visto che ai nuovi arrivati toccano i lavori non qualificati che nessuno vuole prendere. Chi proviene da paesi più poveri è un costo fisso per lo Stato, al quale peraltro nulla restituisce? Vero nei tempi brevi, ma fra trent'anni saranno i lavoratori stranieri e i loro figli a sostenere (anche in Italia...) il sistema previdenziale. Scrivono Beck e Cohn-Bendit: «Cosa costituisce l'identità europea? L'europeità nasce dal dialogo e dal dissenso fra molte culture politiche diverse, quella del citoyen, quella del citizen, quella dello Staatsburger, quella del burgermatschappij, quella del ciudadano, quella dell'obywatel. (...) I cittadini comuni europei agiscano insieme, spontaneamente». Per quel che vale, sottoscrivo il loro appello. ©RIPRODUZIONE RISERVATA mailc.giua@kataweb.it Twitter @claudiogiua