10 dicembre 2011 —
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sezione: Nazionale
di RENZO GUOLO È una Europa “germano- centrica” quella che esce dal vertice di Bruxelles. La Merkel impone l’unione di bilancio e non molla sugli eurobond, che pure restano allo studio della Commissione europea. Strumento, quello del “patto di bilancio”, che obbliga a maggiore disciplina i Paesi dell’eurozona e comporta cessione di sovranità nazionale in materia economica e fiscale a un’Europa guidata decisamente da Berlino. La Merkel ha potuto contare sull’appoggio decisivo di Sarkozy, che ha tenacemente perseguito il mantenimento dell’asse franco-tedesco in prospettiva neomitterrandiana: imbrigliare la Germania, come ai tempi della rapida riunificazione tedesca in cambio dell’euro, per impedirle di dominare da sola o addirittura di andarsene. Un’Europa a due velocità, dalla quale è rimasta fuori solo la Gran Bretagna, Paese storicamente euroscettico, che non ha adottato la moneta unica e ha sempre concepito lo spazio europeo come mera area di libero scambio. Londra non intendeva accettare regole per la finanza della City e per le sue banche; e ha rivendicato strenuamente la difesa dei suoi interessi nazionali. Una deriva neoisolazionista, quella di Cameron, aspramente criticata da Sarkozy; e che lascia davvero sola la Gran Bretagna. Non è un caso che l’opposizione laburista non abbia affatto condiviso l’intransigentismo del conservatore Cameron. In questi frangenti, Londra non può contare nemmeno sulla tradizionale sponda atlantica: l’America di Obama ha cercato in tutti i modi di favorire un accordo che salvasse l’euro. Consapevole che un tracollo della moneta europea avrebbe pesanti effetti a catena anche sugli Stati Uniti. A cercare di tenere nel gioco la Gran Bretagna è stata, sino all’ultimo, l’Italia. Gran conoscitore dei meccanismi europei, Monti ha cercato di evitare il rafforzamento dell’asse franco-tedesco. Privo del contrappeso londinese il direttorio Berlino-Parigi ha inevitabilmente più spazio: ma le egoistiche posizioni britanniche erano indifendibili. A preoccupare l’Italia è anche l’accentuazione della dimensione intergovernativa a scapito della dimensione comunitaria. Un dislocamento che registra i rapporti di forza nel pieno della tempesta sull’euro ma che nondimeno preoccupa Roma, che proprio nel metodo comunitario ha sempre trovato le sue garanzie. Il governo italiano, dopo la lunga parentesi berlusconiana che ci ha messo ai margini in Europa, è comunque tornato a pieno titolo fra i partner europei. Giocando un ruolo condizionato dalle condizioni della nostra finanza pubblica ma non certo di secondo piano. Tanto più dopo il varo della recente manovra. Basterà tutto questo a salvare l’euro? Non è detto, ma l’armonizzazione delle politiche di bilancio conferisce maggiore credibilità a una moneta che alle spalle non ha né uno Stato né una banca centrale capace di intervenire come prestatore di ultima istanza. Quanto alla Bce, un accordo con regole e pesanti sanzioni nei confronti dei trasgressori era stato evocato proprio da Draghi come unica soluzione realistica in presenza del veto tedesco agli eurobond. Il presidente della Bce è ben consapevole che il problema europeo resta la crescita, tanto che ha nuovamente tagliato i tassi, portandoli al minimo storico dell’1%, e immesso liquidità nel mercato, andando in soccorso alle banche. La resistenza della Merkel sulla Bce è stata parzialmente ammorbidita da Sarkozy. Francoforte gestirà il nuovo Fondo “salva-Stati”, salito a 500 miliardi di euro; anche se le decisioni continueranno a essere prese dai governi dell’Eurozona, con una maggioranza dell’85%. Messo apparentemente in sicurezza l’euro, resta il nodo della crescita. La vittoriosa linea tedesca, rigidamente attenta ai vincoli di bilancio, sottovaluta il problema che è anche dell’Italia: gli effetti recessivi della manovra impostaci dall’Europa e l’insostenibilità di una pressione fiscale giunta al 45%. Salvare l’euro senza precipitare in una recessione aggravata dall’ortodossia monetaria tedesca è ora il nuovo imperativo. ©RIPRODUZIONE RISERVATA