«Dolfo che scattava». Ovvero Grosso, uomo sempre in fuga

In fuga per vocazione. Adolfo Grosso appena poteva piantava tutti e scappava. Era corridore d'altri tempi, anni '40-'50: sempre all'attacco, mai calcolatore. Nativo di Camalò. Sfortunato a trovarsi di fronte giganti come Coppi, Bartali e Magni; bravo però a vincere un Baracchi con Magni, una Milano-Torino, due volte il Giro del Veneto e varie tappe a Giro e Vuelta. Mori il 28 luglio 1980: era in bici, fu travolto a Ponte della Priula da un camion: 13 giorni di agonia, non aveva ancora 53 anni. Da pochi giorni si è chiusa a Povegliano una mostra a lui dedicata. E Carlo Brovazzo gli ha dedicato il libro «Fuori dal gregge» (ed Gs Printing Group) che è un affastellarsi di ricordi: la memoria fa riaffiorare episodi e aneddoti in 8 anni di professionismo, a cui passò nel '49 gregario di Coppi. Magni, che prima del Baracchi, vinto in coppia nella bufera, gli diede del bicarbonato, innocuo placebo che dava l'idea di «bomba». Grosso gareggiò anche in Argentina nel '52: c'era pure Antonio Bevilacqua, Dolfo vinse la seconda tappa con 64 km di fuga solitaria, 5 minuti e mezzo su Ockers; poi la quarta. Nella quinta fu multato di 20 pesos per aver preso delle bottiglie d'acqua da un mezzo al volo senza fermarsi... Brovazzo narra la cronaca con stile sciolto, spesso al presente, quasi fossero resoconti d'epoca. «Era una buona, mite ed onesta persona. Ma non sopportava i comportamenti scorretti. Istintivamente scattava. Non riusciva a frenarsi (...) Sapeva di essere più forte di molti suoi colleghi e gli dispiaceva che mai gli venisse un riconoscimento concreto per quanto meritato». A ricordarlo oggi c'è soprattutto la figlia Daniela, che dopo la morte di papà avrebbe vinto lo scudetto di basket con la Pagnossin. Nella sua pizzeria a Camalò ci sono appese tante foto di Adolfo, che pesta sui pedali. Sporco di fango, bravo, umile e generoso. (si.fo.)