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Il capitalismo familiare italiano visto dall’America

Lo scorso 31 luglio, il New York Times ha dedicato un lungo articolo all’Italia dal titolo “Is Italy too Italian?”. Me l’ha segnalato un collega americano che studia l’imprenditorialità, dicendomi perplesso “Non ve la passate tanto bene”.
 Pensavo alludesse alle beghe politiche estive. E invece no. L’articolo parla della nostra economia, del Made in Italy e delle imprese familiari. Emerge il déjà vu di un’Italia bloccata dalle corporazioni che si affannano per difendere rendite di altri tempi e da norme farraginose che soffocano la concorrenza e deprimono l’iniziativa imprenditoriale.
 La novità che ha sorpreso il mio collega è il passaggio in cui si dice che l’obiettivo principale degli imprenditori italiani non è far crescere le imprese, ma mantenere il controllo nelle mani della famiglia. Gli ho spiegato che le cose non stanno proprio così.
 Il controllo familiare dell’impresa è potenzialmente virtuoso, sia nel caso di assetto proprietario unitario (una famiglia) sia ripartito (due o più famiglie legate da vincoli di parentela o da solide alleanze). Le famiglie apportano capitali pazienti, perché hanno un orizzonte di investimento a medio-lungo termine che è basato sulla (quasi) certezza della stabilità del controllo. Ciò ha benefici effetti sulla coerenza nel tempo dell’orientamento strategico di fondo dell’impresa familiare.
 In più, va ricordato che è a controllo familiare la gran parte delle medie imprese italiane: quelle realtà con organici da 50 a 499 persone e con fatturato tra 13 e 299 milioni di euro, di cui Mediobanca ha misurato la capacità di avere performance competitive, economiche, finanziarie e patrimoniali superiori alle imprese sia piccole sia grandi.
 In sintesi, non è vero che il controllo familiare inibisce la crescita. È vero invece che non ci sono abbastanza imprese a controllo familiare capaci di crescere. La ragione prevalente, però, non sta nella miopia degli imprenditori, o nell’ostinazione per il possesso di quote di controllo, o nella congenita avversione al rischio delle famiglie imprenditoriali italiane.
 La crescita genera uno shock nell’impresa e quindi è alla portata solo degli imprenditori che hanno le conoscenze per gestirne l’impatto sull’organizzazione e nelle dinamiche familiari, per calcolarne i rischi, e per assumersi la responsabilità di decisioni (quasi) irreversibili.
 Potenziare la dotazione di competenze degli imprenditori che oggi hanno in mano le redini dell’impresa, e quindi il suo futuro, ha molteplici effetti positivi: li rende più consapevoli dei propri mezzi, ne aumenta la credibilità agli occhi dei familiari e dei collaboratori, li fa diventare più affidabili nelle relazioni con fornitori, clienti, finanziatori. Questo è il compito che spetta alle business school, insieme alle università.
 Le altre istituzioni devono pensare, da un lato a progettare moderni strumenti per finanziare le iniziative imprenditoriali di coloro che come uniche risorse hanno intelligenza e idee innovative, e dall’altro a creare regole chiare e mercati trasparenti per permettere a quelle famiglie che hanno esaurito la spinta imprenditoriale di trasferire il controllo senza svendere il patrimonio accumulato con il lavoro di una o più generazioni.
 Insomma, parafrasando Ruffolo, l’impresa a controllo familiare ha i secoli contati.
 Alla fine, ho convinto il mio collega americano. Siamo usciti insieme dal College of Business della University of Michigan - Dearborn e siamo andati a cena a Detroit da un italiano che gestisce un bel locale. Di media dimensione.

- * Università di Padova / e Fondazione Cuoa