Infamato e ucciso: fu complotto

TREVISO. Come nasce tutto questo?
«Nel 1944: io ho 8 anni. Mio fratello più grande, Luciano, ne ha 12, mentre il più piccolo ne ha 4. Mio padre, un antifascista, figlio e nipote per parte di madre di socialisti-anarchici, che dal 1927 al 1931 ha passato la vita tra confino e carcere, per trascorrere gli anni successivi in fuga, segnalato, sorvegliato, inseguito dai fascisti, nell'aprire '44 fa la sua ultima apparizione a casa. Deve raggiungere la sua brigata in Romagna, riparte la sera stessa. Non lo vedremo mai più».
Spiegazioni?
«Perse le tracce. Ufficialmente 'disperso". Dopo il 25 aprile, continuammo ad attendere di vederlo spuntare. Mio fratello Luciano, scoprii poi, ne sapeva di più. Mia madre ci mori. Mia zia continuò a cercare, chiedere e... sapere senza dirci nulla. Io a un certo punto smisi di aspettare. Mi aiutò l'età giovane: rimozione, a pensarci bene, benefica. Mio padre era 'disperso, quasi certamente ucciso": nella testa di un ragazzo può essere devastante. Erano tornati tutti, anche zio dal campo di concentramento. Il mio padre-eroe no. Non avevamo - e non abbiamo ancora - tomba su cui piangerlo».
E qualcuno demolisce anche il ricordo dell'eroe.
«Una telefonata, una mattina di primavera del 1974: da Forli chiedono se sono, se eravamo, parenti del comandante Libero. A quel punto mia zia Anna allora sessantenne, racconta a mio fratello Luciano le cose che sa: la sua lunga ricerca, il fatto che risulta che mio padre sia stato ucciso come traditore. Veniamo a sapere che il nome di mio padre era comparso, nel 1946, nella Gazzetta ufficiale, nell'elenco dei presunti collaboratori dell'Ovra fascista. Da quella lista venne cancellato: in un momento drammatico, aveva promesso di collaborare, ma i fascisti avevano scoperto la bugia. Per questo lo mandarono al confino e da allora non smise di essere perseguitato. Noi figli siamo nati in città diverse: quelle dove mio padre fuggiva continuamente. Ben diversa sarebbe stata la nostra vita, se fosse stato un collaborazionista. Invece, per la vulgata, in Romagna, mio padre continuava ad essere un traditore fucilato come tale. La vulgata ufficializzata in un libro del '69 di Sergio Flamigni e Luciano Marzocchi. Mio fratello Luciano chiese subito d'incontrarli».
A quel punto andate a chiedere notizie e il ripristino della verità.
«Allora lavoravo per la Provincia: veniamo presentati dal Comitato centrale enti locali, ma quelli capiscono Comitato centrale del Pci e a Forli ci accolgono 'da compagni". Zia Anna mette sul tavolo ciò che sa. Le testimonianze di chi ha visto Libero nel Veneto al lavoro per ricostituire i quadri della brigata dopo la retata nazista in Romagna, di chi lo ha visto transitare per Alfonsine. E di chi, come Arrigo Boldrini, ipotizza, a fine guerra, che possa essere passato per la Jugoslavia. Tornando a Flamigni e Marzocchi, viene lasciato loro il materiale utile a una riabilitazione di mio padre. Mio fratello non immagina che quei due, che annunciano una pubblicazione 'correttiva", non hanno interesse a ristabilire la verità».
Dalle vecchie ricerche di sua zia spuntava Tabarri...
«Cercando mio padre, zia s'era imbattuta in Ilario Tabarri, l'uomo che con un blitz, prima del rastrellamento, aveva preso il comando della brigata. Alla richiesta di informazioni, risponde: suo fratello è stato fucilato come traditore, il suo nome era nell'elenco della gazzetta ufficiale. Una lista provvisoria: si poteva ricorrere e nessuno ce l'aveva segnalato. Basti dire che il ricorso, documentato e pubblicato nel '48, fu accettato con ragione di merito: 'mai prestato servizio per l'Ovra"».
Tabarri mente sapendo di mentire.
«Tabarri sa dell'assassinio e tace per due anni. Il silenzio serve al nuovo corso. Sa, perchè lui c'era: mio padre al rientro il Romagna è stato preso, condannato e ucciso prima che riprenda il comando. Sono in 5 a saperlo, compreso quello che qualcuno indica come il suo burattinaio, Guglielmo Marconi, l'uomo che avrebbe ordinato l'esecuzione. Intanto Antonio Carini, comandante generale della Garibaldi, tornando a Forli per una riunione, per una soffiata finisce preso e ucciso dai fascisti. Eliminato lui, è fatto fuori il referente politico; eliminato Libero, anche il vertice militare. Ma nessuno sa niente, nemmeno Boldrini, che infatti azzarderà, per papà, l'ipotesi Jugoslavia. Quando nel '46 arriva quella lista, Tabarri rivendica di aver fatto uccidere Libero e rincara la dose: 'Non dovreste neanche chiedere il corpo, era un traditore"».
Per rimettere in ordine le cose siete vi servite delle 'carte" tedesche e inglesi. E quelle italiane?
«Tabarri, quando prende il comando della Garibaldi Romagna, dovrebbe tenere la documentazione. Che invece distrugge e sostituisce con 'sunto postumo", tra l'altro nemmeno olografo, dattiloscritto, che addirittura consta di due versioni. E in quella ufficiale Carini addirittura sparisce. Ciò nonostante, è difficile per lui aver ragione della memoria di Libero, che all'8 settembre del '43 arriva con 18 anni di antifascismo attivo. Uno su cui i nazisti mettono la taglia e che nel marzo 1944 ha terminato di organizzare, con Carini (uno dei 5 capi della Resistenza, con Longo, Secchia, Amendola e Paietta), la più potente formazione partigiana all'interno delle linee tedesche. Sono le testimonianze degli ufficiali inglesi Combe e Tudhunter, che a questa costruzione partecipano, a dire la verità su di lui. Ora la dirà l'Anpi veneta. E quella romagnola prenda nota».

(Antonio Frigo)