«La verità su mio padre Libero: un eroe»


Era un eroe, comandante partigiano. Ma qualcuno volle il suo posto, lo accusò di tradimento e lo «giustiziò», cancellando le tracce documentali. Ci sono voluti 65 anni, un figlio e un nipote cocciuti, inediti documenti inglesi e tedeschi, per restituire all'eroe l'onore perduto.
E ora sarà un tribunale politico a restituirci la verità. Una verità calpestata e cammuffata per 66 anni. Questa è la storia di tre uomini: un eroe cancellato; un orfano intelligente e puntiglioso; un nipote appassionato e intraprendente. L'eroe cancellato è Riccardo Fedel che, con il nome di battaglia di «Libero Riccardi», fu primo comandante della Brigata Garibaldi Romagnola, una delle formazioni partigiane più numerose e importanti. Dato per disperso nel 1944 ed infamato nella memoria, a fine guerra, da chi aveva rubato il suo posto e pronunciato la sua condanna - facendo intanto terra bruciata di ogni diretta testimonianza scritta sulla vicenda - è stato riabilitato solo ora. Il merito è del figlio rigoroso e cocciuto, Giorgio Fedel; che oggi ha 74 anni, ma quando vide suo padre per l'ultima volta, nella casa di Treviso, ne aveva 8. E quando decise di iscriversi a Scienze politiche per dare rigore accademico alla propria ricerca storica (divenuta tesi) sul padre, ne aveva già 69. Il nipote appassionato e intraprendente è Nicola, figlio di Giorgio: incuriosito dai racconti del padre, prende la vicenda del nonno «Libero» molto sul serio e inizia - lui per primo - ad andar per carte ufficiali, fino ad accompagnare il padre in un minuzioso interrogare gli archivi militari inglesi e tedeschi su quella che emerse come la limpida ed alta figura partigiana di Riccardo Fedel.
Questa però è soprattutto la storia di Riccardo e Giorgio. Il primo è un eroe, patriota, schiena dritta. Un uomo che paga la propria integrità morale a un prezzo oggi inimmaginabile: confino, arresti, torture, carcere, fuga di città in città. E, poi, con un assurdo marchio di traditore, l'onta di una condanna a morte che oggi appare per quel che è (un omicidio) e la sepoltura in un luogo che ancora nessuno vuole dire.
Il secondo è un settantenne che a 8 anni, dopo la Liberazione, attese a lungo di reimpossessarsi non dell'eroe mitizzato e per troppo tempo perduto a vantaggio della Patria Libera, ma di un padre che non arrivò mai. Quando giunse la sentenza ufficiosa, sotto forma d'una vuota formula («disperso»), quel ragazzo arrivò a rimuoverne il ricordo, a cancellare le domande. Per non soffrirne troppo.
Arrivarono anche i giorni delle accuse infamanti (poi rivelatesi solo infami), dei dubbi, delle domande, delle rivelazioni, della spasmodica caccia a una verità che non poteva essere - per chi gli aveva vissuto a fianco, pagando a caro prezzo quello 'stare dall'altra parte" rispetto al fascismo - che una, limpida, inequivocabile.
Ma gli storici e gli storiografi non possono basare il loro racconto sull'emozione. E se - come in questo caso - qualcuno ha un interesse personale a tenere nascosta la verità, l'unico modo per rimettere le cose a posto è andare in cerca delle «carte». Se poi il gomitolo si rifiuta di dipanarsi dal capo più facile e vicino, in teoria amico (Giorgio per riscattare il padre non fa il Pansa, non rinnega nulla: radici socialcomuniste incluse), occorre cercare l'altro capo. Ad esempio i documenti dei non-partigiani: in attesa (fruttuosa si, ma solo perchè scandita dai decessi dei diretti interessati) che a raccontare la verità siano anche gli archivi italiani, ci pensano quelli militari tedeschi ed inglesi a far luce sulla statura e la collocazione antifascista e partigiana di «Libero». E pian piano si disvela la storia di un'infamia: quell'accusa di essere una spia dell'Ovra fatta al comandante della Brigata Garibaldi in Romagna è strumentale, viene usata da un burattino, un 'partigiano di pianura" senza storia, per mischiare le posizioni gerarchiche fino a impossessarsi del comando (per completare l'opera, in seguito, bisognerà eliminare fisicamente il comandante vero, chiamato dai vertici della resistenza a riprendere il proprio posto), salvo «dannare» la brigata stessa per aver smentito i piani preparati da Libero Fedel, optando per scelte tattiche scellerate. La controprova? Chi si ribellò agli ordini di Ilario Tabarri durante l'ultimo rastrellamento dei tedeschi in terra romagnola, e segui invece le direttive di Libero, salvò la pelle. Aggingiamo il fatto che, quando fu ucciso, Fedel stava organizzando una forza di 10 mila uomini con la quale stoppare la ritirata tedesca ancor prima della Linea Gotica: quante vite e quanto tempo sarebbero stati risparmiati? Da un paio d'anni la tesi di Giorgio Festa ottenendo lo scopo per cui è nata: restituire dignità al padra e, inevitabilmente, mettere in diversa luce chi sulla sua morte «campò» decine d'anni. Ora qualche erede tira fuori «le carte» e, anche tra Forli e Ravenna, la storia si può riscrivere. L'Anpi Veneta sta per riabilitare Libero e chiede si faccia chiarezza, anche in Romagna, su quella barbara uccisione.

Antonio Frigo